L' inganno di Pigmalione

A che giova un idolo, perchè l' artista si dia pena di scolpirlo? O una statua fusa o un oracolo falso, perchè l' artista confidi in essi scolpendo idoli muti? Guai a chi dice al legno: "Svegliati" o alla pietra muta : "Alzati". Ecco è ricoperta d' oro e d' argento ma dentro non c' è soffio vitale.

Questi versetti sono tratti dal secondo capitolo del profeta Abacuc ed esprimono molto bene il grande rischio di vanità e idolatria che si può  nascondere nella creazione artistica.


Conosciamo tutti il mito di Pigmalione, lo scultore che aveva modellato una statua femminile d'avorio della quale si era innamorato, considerandola, come tutti gli innamorati, il proprio ideale femminile, superiore a qualunque donna in carne ed ossa, tanto da dormire accanto ad essa sperando che un giorno si animasse.


Pigmalione rappresenta l'artista innamorato della propria creazione fino al punto di credere che la vita, la felicità e la realizzazione possano nascere dal lavoro delle proprie mani.


Sedotto dal riflesso di se che riconosce nella propria opera, come fosse lo specchio d' acqua per Narciso, l' artista si sostituisce a Dio ritenendosi autosufficiente.Divenuto così schiavo della propria vanità e della propria illusione l' artista invecchia e muore perdendo quel soffio vitale che tanto pretendeva dalla pietra e dal colore.


Il mondo è pieno di artisti inchiodati alla loro tavolozza come i servi alla gleba,
di esteti così profondamente attratti dalla bellezza da perdere spesso il senso e il sapore della vita e delle cose semplici..

Quanti Dandy chiusi dentro la loro divisa di fierezza e solitudine perdono la gioia di vivere e la bellezza della relazione con gli altri!

Baudelaire, principe dei " poeti maledetti" scrive nel suo  “Inno alla Bellezza” tratto da “I Fiori del Male”:
” …vola al tuo lume la falena accecata, crepita, arde e loda il fuoco onde soccombe…”
L’ artista è la falena, una falena notturna, talmente attratta dalla luce del lume che non può fare a meno di avvicinarsi e avvicinarsi fino a bruciare e morire nell’estasi contemplativa, sacrificando tutto per seguire la bellezza.
Questa però non è libertà, è dipendenza , è vizio è schiavitù.

Sant'Agostino forse meglio di chiunque altro è stato capace di descrivere il paradosso dell' artista che cercando la bellezza si separa dalla verità, sedotto dalle creature si allontana dal Creatore:


"Avevo infatti le spalle rivolte contro la luce e il volto verso le cose illuminate per cui il mio stesso volto, con cui contemplavo le cose illuminate, non riceveva luce."


E' noto a tutti il mito di Michelangelo come genio maledetto, meno nota è la sensibilità spirituale che ha caratterizzato soprattutto gli ultimi anni della sua vita.


La critica riconosce che l'artista negli anni in cui lavorava alla Pietà Rondanini, si scopre amato da Dio nella croce di Cristo.


Più volte nelle rime Michelangelo si sofferma sul mistero della croce e sul vantaggio che ne scaturisce per tutti gli uomini.

In uno dei suoi componimenti scrive:

"Né pinger né scolpir fie più che quieti l'anima, volta a quell'amor divino c'aperse, a prender noi, 'n croce le braccia."
Non è più l’arte capace di quietare la mia anima, ma l’amore divino che si esprime nell’abbraccio della croce.

Certo, è molto affascinante il mito di un genio tormentato, sprezzante di ogni autorità morale, ma credo sia ancora più bello scoprire l' immagine di un uomo che parla di speranza e che alla luce della fede scrive, dipinge e scolpisce i suoi magnifici versi fino all'ultimo giorno.


Non possiamo dunque considerare l' opera di Michelangelo come emanazione spirituale senza soffermarci sulla sua testimonianza esistenziale.



L' INGANNO DI PIGMALIONE


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