L' inganno di Pigmalione e il Paradosso dell'artista



L' INGANNO DI PIGMALIONE


 A che giova un idolo, perchè l'artista si dia pena di scolpirlo? O una statua fusa o un oracolo falso, perchè l'artista confidi in essi scolpendo idoli muti? Guai a chi dice al legno: "Svegliati" o alla pietra muta : "Alzati". Ecco è ricoperta d'oro e d'argento ma dentro non c'è soffio vitale.

Questi pochi versetti tratti dal secondo capitolo del profeta Abacuc hanno sempre attirato la mia attenzione perchè esprimono molto bene il grande rischio di vanità, inganno e tristezza che si può nascondere nella creazione artistica.


Conosciamo tutti il mito di Pigmalione, lo scultore che ha modellato una statua femminile d'avorio della quale si era poi invaghito, considerandola, come tutti gli innamorati, il proprio ideale femminile, tanto da dormire accanto ad essa nella speranza che un giorno si potesse animare.


Pigmalione rappresenta l'artista innamorato della propria creazione fino al punto di credere che la vita, la felicità e la realizzazione possano nascere dal lavoro delle proprie mani come strada per l'autoaffermazione.


Sedotto dal riflesso di se che riconosce nella propria opera, come fosse lo specchio d'acqua per Narciso, l'artista si sostituisce a Dio ritenendosi autosufficiente. Divenuto così schiavo della propria vanità e della propria illusione l'artista perde quel soffio vitale che ha tanto preteso dalla pietra e dal colore.
Il mondo è pieno di artisti inchiodati alla loro tavolozza come i servi alla gleba, di esteti così profondamente attratti dalla bellezza da perdere spesso il senso e il sapore della vita e delle cose semplici.
Quanti artisti cercando la pienezza della vita e si ritrovano ad abbracciare solo nuvole come icaro? Si innalzano fino al Cielo e precipitano con le loro ali di cera fusa. Gli artisti non si possono accontentare di una vita comoda e borghese, vogliono vivere in profondità.
Quanti “Santi Mancati” hanno trasformato la loro sete di paradiso in arte… spesso penso a Kurt Kobain, Violeta Parra o Jakson Pollock…
Quando vivevo a Parigi andavo spesso a visitare la tomba di Modigliani, Oscar Wilde e Jim Morrison a Pere La Chaise. Tutti questi personaggi sono stati caratterizzati dalla nostalgia di un Eden perduto, dalla malinconia, dalla disperante ossessione di una bellezza irraggiungibile.
Ma questo desiderio di vita autentica e di pienezza, manifesta l’umana esigenza della bellezza, la ricerca profonda del senso della vita!

Che beffa farsi dio della propria vita e nel tentativo di superare ogni limite chiudersi il cielo, aspirare all'eterno e trovarsi ad elemosinare il passeggero e l'effimero. Che tristezza vedere come questa fame di eternità e di pienezza si riduca nella maggior parte dei casi ad un'esistenza egoistica, arida e narcisistica; l'esteta si cuce addosso una divisa di fierezza e solitudine e nella sua ricerca ossessiva di vita non trova nulla che non si prosciughi o si corrompa!

Baudelaire, principe dei " poeti maledetti" scrive nel suo  “Inno alla Bellezza” tratto da “I Fiori del Male”:

” …vola al tuo lume la falena accecata, crepita, arde e loda il fuoco onde soccombe…”
L’ artista è la falena, una falena notturna, talmente attratta dalla luce del lume che non può fare a meno di avvicinarsi e avvicinarsi fino a bruciare e morire nell’estasi contemplativa, sacrificando tutto per seguire l'apparente bellezza.
Questa però non è libertà, è dipendenza , è vizio è schiavitù.

Non possiamo pretendere l’infinito dal finito.
Aspiriamo ad una patria ma poi accade che l’esilio lo chiamiamo patria e neanche cerchiamo più nulla, ci scordiamo addirittura della necessità di cercare!
L’infinito è invece dentro di noi ma anche l’inferno può essere dentro di noi e non c’è fuga che regga!
Mi ha sempre colpito la storia del pittore Paul Gauguin che fugge dalla Francia e dalla sua famiglia per scappare alla sua infelicità e si rifugia a Thaiti nel cuore del Pacifico, ma neanche in Polinesia trova il Paradiso e l’innocenza in cui sperava. Cambia cielo non anima chi corre per mare…e così si porta dietro il suo inferno interiore e preso dalla disperazione ingerisce il veleno e prova ad uccidersi come il suo amico Van gogh che sette anni prima si era sparato un colpo di pistola. Due anime inquiete e parallele alla ricerca di un’irraggiungibile vita autentica.


Più costruiamo il paradiso con le nostre forze, più rimaniamo delusi

Sant'Agostino forse meglio di chiunque altro è stato capace di descrivere il paradosso dell'artista che cercando la bellezza si separa dalla verità, sedotto dalle creature si allontana dal Creatore:


"Avevo infatti le spalle rivolte contro la luce e il volto verso le cose illuminate per cui il mio stesso volto, con cui contemplavo le cose illuminate, non riceveva luce".
L'uomo è quindi definito dalla sua tensione verso l’Infinitoe dal suo limite, la sua fragilità, la sua finitezza, è stato creato né celeste né terreno affinchè possa superarsi, affinchè sappia fermarsi.
La sola contemplazione della nostra miseria ci porta così alla disperazione, alla distrazione, alla fuga da noi stessi. Chi, invece, vede solo la grandezza dell’uomo, finisce nella superbia, nella vanità, nell’orgoglio.

La contemplazione di entrambe le dimensioni dell’uomo ci dice chi siamo.


E' noto a tutti il mito di Michelangelo Buonarroti come genio ribelle, meno nota è la sensibilità spirituale che ha caratterizzato soprattutto gli ultimi anni della sua vita.


La critica e gli storici riconoscono che l'artista negli anni in cui lavorava alla Pietà Rondanini, si scopre amato da Dio nella croce di Cristo.


Più volte nelle rime Michelangelo si sofferma sul mistero della croce e sul vantaggio che ne scaturisce per tutti gli uomini.


In uno dei suoi componimenti scrive:

"Né pinger né scolpir fie più che quieti l'anima, volta a quell'amor divino c'aperse, a prender noi, 'n croce le braccia."

Non è più l’arte capace di quietare la mia anima, ma l’amore divino che si esprime nell’abbraccio della croce.

Certo, è molto affascinante il mito di un genio tormentato, sprezzante di ogni autorità morale, ma credo sia ancora più bello scoprire l' immagine di un uomo che parla di speranza e che alla luce della fede scrive, dipinge e scolpisce i suoi magnifici versi fino all'ultimo giorno.


Non possiamo dunque considerare l'opera di Michelangelo come emanazione spirituale senza soffermarci sulla sua testimonianza esistenziale.
Per vivere veramente la nostra vita come un'opera d'arte dobbiamo passare da un'esistenza artigianale, fatta di cause ed effettialla vita sperimentata come arte, vissuta come opera ispirata, aperta alla gratuità della grazia.

Dio irrompe nella nostra vita aprendo orizzonti nuovi e imprevedibili, siamo pronti ad accoglierlo nella nostra storia, a farci sorprendere e scompaginare i programmi?



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