L'Arte Cambierà dopo il Coronavirus?



N'Uovo

Stiamo vivendo un tempo difficile, la pandemia sta cambiando il volto del mondo e inevitabilmente l'arte cambierà insieme a noi.

In lingua cinese la parola disperazione coincide con la parola occasione, ogni crisi rappresenta una grande occasione, una maschera che cade rivelando i nostri artifici e le nostre illusioni. La Crisi attuale ci spinge a ripensare la vita, il mondo e quindi l'arte.

Come cambierà l'arte? Nessuno può rispondere a questa domanda, ma una cosa è certa, la sofferenza e l'incertezza che segna questo tempo la ritroveremo inevitabilmente nella tavolozza di ogni pittore, nell'inchiostro di ogni scrittore e nello spartito di ogni musicista.

L’arte non può separarsi dall’esperienza esistenziale dell’uomo, è indispensabile una profonda unità tra uomo e artista, tra vita e opera.
La storia dell'arte è una storia di uomini, per questo non possiamo avvicinarci ai capolavori pittorici, letterari e musicali, senza avvicinarci anche al vissuto degli artisti che ha accompagnato la creazione delle loro opere; quanta verità nei loro diari, nelle loro poesie e scritti intimi!

Dietro alle opere d’arte ci sono le gioie, i dolori degli uomini e dei popoli; dove manca questo sottofondo le forme nascono vuote e sradicate, lì manca anche l’arte; senza la carne della vita, l'arte resterà solo "una remota sensazione di verità, come le alghe ancora odorose di iodio testimoniano del mare".

Come artisti siamo stati chiamati recentemente in causa dal Papa quando ha parlato di questo, come un tempo propizio per trovare il coraggio di una nuova immaginazione del possibile, con il realismo che solo il vangelo può offrirci ed ha aggiunto proprio oggi: "Vorrei chiedere al Signore che li benedica perchè gli artisti ci fanno capire cos'è la bellezza e senza il bello non si può capire il vangelo. Preghiamo un'altra volta per gli artisti".

L'artista si sa, è colui che esce dagli schemi, colui che sa liberarsi dal peso della cultura dominante, che sa vivere in proprio rompendo le convenzioni, le ipocrisie, le gabbie di conformismo e normalità che gravano come macigni nelle società.

L’arte oggi non è esente dalle sporcizie e dai compromessi dell’economia, anzi ne è immersa fino al collo! Finchè saremo realmente uomini liberi, potremo definirci artisti: l’ho capito ormai da tempo, non la mia capacità di disegnare, ma il mio restare libero mi connota propriamente come artista.

Purtroppo esistono dei totalitarismi anche culturali e un artista coerente con la propria fede viene guardato con molta diffidenza e pregiudizio, ma è appunto per questo che sono fiducioso e ottimista per quanto riguarda l'arte del nostro prossimo futuro: In questo nuovo ed imprevisto corso della storia, la ricerca più profonda di senso porterà ad una nuova fioritura spirituale, ad una rinascita che ci spingerà a maggiore equità e giustizia, prendendo inevitabilmente le distanze dalla superficialità edonista e materialista che ha caratterizzato gli ultimi decenni del panorama artistico mondiale.

Quanta verità nelle parole del pensatore inglese Roger Scruton che affermava qualche anno fa:

"Molto spesso le più belle opere d’arte emergono proprio dalla desolazione...
Il culto della bruttezza e della dissacrazione si afferma oggi in un’epoca di prosperità senza precedenti. Opere brutte vengono prodotte dai figli viziati dello Stato assistenzialistico, persone che non hanno mai dovuto lottare per la sopravvivenza, che non hanno conosciuto la guerra e che sono finite giovanissime in braccio al lusso.
Sono il prodotto della ricchezza materiale e dei valori materialistici".


                                  


La fede e la Donna più amata nella storia dell’arte: VATICAN NEWS

Omaggio ad Antoniazzo Romano di Francesco Astiaso Garcia

La fede e la Donna più amata nella storia dell’arte: VATICAN NEWS



Evocata costantemente dal Papa e presente in tante preghiere e richieste di aiuto in questa pandemia, l’immagine della Vergine Maria è senz'altro figura di ispirazione per generazioni di artisti. Dell’importanza della rappresentazione della Madonna ci parla in una intervista l’artista Francesco Astiaso Garcia
Debora Donnini – Città del Vaticano
Da sempre, in tutto il mondo, nei momenti di grande sofferenza, i fedeli hanno levato gli occhi alla Madre, alla Vergine Maria. Non a caso assieme al Crocifisso di san Marcello al Corso, il Papa ha voluto invocare l’aiuto di Dio, nel pieno della pandemia da coronavirus, alla presenza anche dell’immagine di Maria Salus Popoli Romani, così legata all’intercessione nei momenti difficili della Città. Già prima, l’11 marzo, in occasione della Messa celebrata dal cardinale vicario Angelo De Donatis, presso il Santuario della Madonna del Divino Amore, Papa Francesco aveva inviato un videomessaggio con la sua preghiera alla Vergine, affidando la Città, l’Italia e il mondo alla protezione della Madre di Dio, “come segno di salvezza e di speranza”. 

E proprio in vista di maggio, mese mariano, alcuni giorni fa il Papa con una Lettera ha esortato a pregare il Rosario in famiglia, come da tradizione, e il primo maggio la Conferenza episcopale italiana affida l’Italia alla protezione della Madre di Dio, con un momento di preghiera, nella Basilica di Santa Maria del Fonte a Caravaggio, nella diocesi di Cremona e in provincia di Bergamo, una delle zone più colpite dal Covid-19. Dell’importanza per un artista di dipingere la Madonna, parla nell’intervista il pittore Francesco Astiaso Garcia, che è anche segretario nazionale dell’UCAI, Unione Cattolica Artisti Italiani. L’artista, che ha realizzato diverse immagini della Vergine, spiega che dipingere la Madonna significa "avvicinarsi al mistero dell'Incarnazione”. “Quindi - prosegue - al di là del ritratto in sé della Madonna, tutti gli artisti in qualche modo si sono domandati profondamente, anche se non credenti, come poter rappresentare la donna più amata della storia dell'arte, che è la Vergine Maria. Per i credenti, Dio è il principio di ogni bellezza e la Madonna è il cammino attraverso cui il Verbo si fece carne”. Un credente che si avvicina a rappresentarla, lo fa, quindi, anche digiunando e pregando, chiedendole l’ispirazione, ricorda Astiaso Garcia.

La Madonna del Rosario di Pompei, la Vergine di Guadalupe, la Salus populi Romani, la Madonna di Loreto, sono tra le immagini della Madonna, assieme ad altre, care alla devozione dei fedeli. “Da sempre la Madonna è uno dei soggetti preferiti dagli artisti e capace di suscitare sentimenti profondi, toccando le corde più intime del cuore umano, e questo proprio dall'inizio della storia cristianesimo”, rimarca. La prima rappresentazione della Madonna si trova nelle catacombe di Priscilla, a Roma, e risale alla seconda metà del III secolo, ricorda ancora il pittore evidenziando come tutti i più grandi artisti della storia dell'arte si siano confrontati con questo tema.
“Ricordiamo alcuni dei più importanti: Cimabue, Giotto, Duccio, le icone russe ortodosse e poi - prosegue - abbiamo il Rinascimento italiano e europeo con Botticelli, El Greco, Raffaello. Da Caravaggio in poi, invece, le raffigurazioni della Vergine diventano più umane e quindi si perde un po’ l'idealizzazione del volto della Madonna, si perde un po' in riferimento al divino ma si guadagna un realismo profondo, che avvicina la Madonna a un’umanità condivisa con i poveri, i più semplici”. “Nell'Ottocento - ricorda Astiaso Garcia - c’è, invece, una specie di ritorno al passato e quindi a guardare quei canoni idealizzati, più classici. Si ritorna anche a guardare alla raffigurazione bizantina. Invece il Novecento, per quanto in parte si distacchi dalla rappresentazione del Sacro, ci ha regalato comunque esempi luminosissimi di rappresentazione mariana. Tra questi vorrei ricordare Gauguin e Matisse e pochi sanno che Matisse, in particolare, ha finito la sua carriera con un ciclo mariano, nella cappella del Rosario, dedicato tutto alla Vergine Maria, dove la rappresentazione è un po' ai limiti tra il figurativo e l’astratto”. “Nel contemporaneo - afferma - ci sono artisti molto bravi che si occupano di arte sacra o anche artisti di arte contemporanea che affrontano tematiche sacre”.


L'ULTIMA PREGHIERA alla MADONNA DEI CUORI APERTI

La Madonna dei migranti, dei cuori aperti

Tra le grandi immagini della Vergine anche “La Maestà di Ognissanti” di Giotto o icone come la “Theotokos”, la Madre di Dio, in Russia, a testimonianza proprio del fascino dell’immagine di Maria. Francesco Astiaso Garcia ha realizzato anche un dipinto della Vergine che si chiama “La Madonna dei migranti”. Tanti grandi artisti hanno compiuto “una vera e propria missione nel rappresentare l'iconografia mariana e anche la vita di Cristo – spiega – e lo hanno fatto come una vera e propria evangelizzazione perché l'arte sacra era considerata la ‘Bibbia dei poveri’ perché non sapevano leggere e scrivere e, quindi, in qualche modo, leggevano le immagini”. Tutto questo è fondamentale “perché la vita della Madonna, i suoi gesti, il suo silenzio, la sua mitezza e la sua umiltà, hanno anche una valenza simbolica molto grande”. Il pittore racconta di aver voluto dipingere la Madonna dei migranti perché convinto che “tra gli ultimi dei tempi odierni, ci siano proprio le vittime dei naufragi, le vittime del mare” e l’ha chiamata, quindi, “la Madonna dei cuori aperti” perché la Madonna è sempre vicino ai più piccoli, agli ultimi e ai sofferenti. È stato, poi, anche “un quadro di risposta” a un suo dipinto precedente, che aveva chiamato “L'ultima preghiera” e che rappresentava una bambina nel momento del naufragio, ormai seppellita dalle onde, che si rivolge alla Vergine Maria affidandole la sua vita. Questa Madonna dei cuori aperti rappresenta, quindi, “la risposta” a questo quadro: è anche lei nell'acqua come “sommersa lei stessa dalle onde, dalle sofferenze, vicina agli ultimi”.

Spalancare la prospettiva della vita eterna 

“Mi ha colpito molto quello che ha detto il Papa in diverse occasioni - racconta poi Astiaso Garcia - quando sottolinea l'importanza dello spirito, della creatività della carità che lavora anche attraverso l'arte, la bellezza degli artisti. Il Papa ripete che questo spirito apre orizzonti e ci porta dire: ‘Eccomi’”, soprattutto di fronte all’emergenza del coronavirus, a situazioni sanitarie e economiche drammatiche. Quindi, il compito è di far rinascere una speranza e di “poter comunicare un senso trascendente, che va oltre la contingenza dell'emergenza sanitaria e in qualche modo spalanchi anche una prospettiva di vita eterna”.

La Madonna della Misericordia, immagine della Chiesa

E tra tante immagini della Madonna, Astiaso Garcia ha piacere di menzionare, per il valore simbolico, quella che sceglierebbe per raccontare i tempi odierni: è la “La Madonna della Misericordia” di Piero della Francesca, che si trova nella pinacoteca di Sansepolcro ad Arezzo, perché - spiega l’artista - “ha le braccia tese e apre un ampio manto per accogliere tutti quelli che invocano la sua protezione, tutte le persone ferite e fragili. Quindi, è la Madonna dell'inclusione, per eccellenza, ed è anche un po' l'immagine della Chiesa che accoglie e protegge”. Molto cara a Papa Francesco è poi la tela di “Maria che scioglie i nodi”, che si trova in Germania e sembra proprio esplicitare la missione di Maria che, da madre, si prende cura dei problemi degli uomini, si coinvolge.  “Ritornando a quel valore simbolico dei gesti, dei segni, è una Madonna particolarmente significativa - rimarca Astiaso Garcia  - perché tutti abbiamo dei nodi da sciogliere molto profondi, delle situazioni irrisolte e delle zone d'ombra”. Ed è proprio questa la parte che Cristo viene ad abbracciare. “Mi colpisce anche la necessità di trovare la Vergine dal punto di vista del raccoglimento: l’uomo ha bisogno di contemplazione e - conclude - situazioni di affidamento alla Madonna, credo che siano molto importanti da vivere anche a livello personale e familiare, come ha detto il Papa”. 

Alcune opere rappresentanti la Madonna di Francesco Astiaso Garcia:

ANNUNCIAZIONE CONTEMPORANEA

LO SGUARDO DI MARIA

IMMACOLATA CONCEZIONE, Vergine della Misericordia




VERGINE DI LOURDES
MARIA



TUTTO CONCORRE AL BENE, ANCHE IL CORONAVIRUS



Mi commuove nel profondo leggere i cartelli colorati da adulti e bambini sui balconi del mondo con la scritta: TUTTO ANDRA’ BENE! Mi commuovo perché è quello che desideriamo tutti, grandi e piccini, desideriamo essere felici, liberi e sani…allo stesso tempo, ogni giorno le notizie di dolore, decessi e contagi, contraddicono il nostro anelito ottimista e mostrano il divario tra le nostre pie illusioni e la cruda realtà. Proviamo a dire alle centinaia di vedove/i e orfani prematuri che tutto andrà bene! Per non parlare dell’economia, il virus ha messo in ginocchio il mondo e non oso immaginare le conseguenze nel prossimo futuro.
Non è vero, non andrà tutto bene, non sta andando tutto bene, anzi, eppure ne sono certo, tutto concorre al bene, anche il coronavirus! Non è un gioco di parole per tornare a giustificare un facile ottimismo, è la speranza della fede che non delude e non mente mai!
Resistiamo all’ottimismo di chi crede e spera che tutto tornerà come prima, di chi dice che presto riprenderemo la nostra vita come niente fosse accaduto, come dopo il risveglio da un brutto sogno; sarebbe tragico se il mondo tornasse come prima, sarebbe un’occasione unica persa, un’opportunità globale sprecata, un invito a conversione profonda mancato!
Il mondo si rialzerà anche da queste ceneri e lo farà come UNA NUOVA PRIMAVERA che rinasce dopo l’inverno, con tutta la forza e la bellezza della vita!  Prendiamone definitivamente coscienza, il mondo viene da un lungo inverno, un inverno così lungo che forse ci siamo scordati della primavera, o peggio illusi che il nostro piccolo giardino fosse la primavera.
La nave è ormai in mano al cuoco di bordo, ciò che trasmette il megafono del comandante non è più la rotta ma ciò che mangeremo domani“; Kierkegaard scrisse queste parole nel suo diario, in pieno Ottocento, eppure sono quantomai attuali perché descrivono molto bene l’epoca disorientata e relativista  in cui viviamo oggi: abbiamo perso il senso della rotta, abbiamo sostituito gli ideali e le sfide esistenziali con mode superficiali e una continua tendenza al benessere effimero e alla vanità.
L’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle, è stato quanto mai paradigmatico l’invito del presidente statunitense George Bush: State tranquilli, è tutto sotto controllo, RITORNATE A FARE SHOPPING“, ovvero, se il mondo cade a picco l’importante è non pensarci troppo, l’unica cosa indispensabile è la distrazione, panem et circenses!
Certo la situazione di forte crisi politica, economica, morale e sociale contribuisce ad alimentare la sfiducia e il senso di smarrimento verso un avvenire che si prospetta sempre più incerto e scoraggiante; allora non c’è da meravigliarsi se una volta persa la bussola, l’unico diversivo per non pensare ad un futuro che ci spaventa, sia preoccuparci della nostra pancia, ascoltando il menù del giorno che il cuoco di turno propone.
L’indifferenza è il frutto più amaro di questa inquietante panoramica, perché, anestetizzando il nostro male di vivere, non ci permette di sentire l’urgenza di una risposta alla mancanza di senso e di sapore della nostra vita: è come se avessimo un forte dolore ad un dente e decidessimo di prendere un antidolorifico invece di andare dal dentista per farci curare e risolvere il problema.
Le sopraffazioni e le corruzioni dei governi e delle élite finanziarie hanno sottomesso tutto al dio denaro, ossessionati dalla speculazione e dal lucro che comanda sull’umanità schiava dell’accumulo e del consumo. L’economia, oggi in crisi, è basata su un’antropologia sbagliata, una visione distorta che ci ha portati alla normalizzazione dell’iniquità sociale come il frutto malato di una politica predatoria. L’esclusione dei più dall’essenziale e la sovrabbondanza ostentata dai pochi, esprimono un modello di società che ha contagiato come un virus un po’ tutti, sicuramente anche chi vi scrive! Troppo poco ancora abbiamo riflettuto sulla cultura dello scarto! Ho letto un interessante pensiero di Luigi Einaudi: “Chi cerca rimedi economici a problemi economici è sulla falsa strada. Il problema economico è l’aspetto e la conseguenza di un più ampio problema spirituale e morale”.  ll fare soldi è diventato la vera cultura e religione popolare, l’oppio dei popoli di questo secolo.
Ma siamo noi veramente interessati alle sofferenze e alle ingiustizie, ce ne importa veramente, ci sta a cuore il destino del mondo e degli uomini? C’è una bellissima canzone che dice: “Solo chiedo a Dio che il dolore non mi sia indifferente e che la morte non mi trovi vuoto e solo, senza aver fatto quanto sufficiente”. Si respira nel mondo un’aria di tensione, di competizione ed incomunicabilità che sfocia facilmente nell’ostilità e nello scontro.  La conflittualità invade tutti i settori della società e sembra inasprirsi di giorno in giorno; dai singoli individui, alle relazioni intra-familiari, fino ad arrivare al rapporto tra gli Stati. Quale antidoto offrire a questa degenerazione relazionale?
Per trasformare in energia positiva quella che rischia di degenerare in una spinta distruttiva, occorre riconoscere la portata delle trasformazioni in corso, che arrivano fino ad investire il piano spirituale. Nella lingua cinese la parola disperazione coincide con la parola occasione, ogni crisi rappresenta una grande occasione, una maschera che cade rivelando i nostri artifici e le nostre illusioni. La Crisi attuale ci spinge a ripensare la vita e il mondo, a lavorare per un’economia, un’istruzione e una politica basate sull’idea di virtù, sull’idea che la felicità non è egoismo, ma condivisione e relazione.  Quando l’emergenza del virus sarà passata, non potremmo più accontentarci di una vita comoda e borghese alimentata da narcisismo e avidità.
Il coronavirus rappresenta una sfida epocale, fino a che punto ne siamo realmente coscienti!
Dalle nostre case isolate al mondo, ascoltiamo la nostalgia di un’esistenza più perfetta; il coronavirus ci ricorda che alle nostre vite qualcosa manca, qualcosa che non è possibile colmare con l’abbondanza materiale. Il de-siderio è la manifestazione della nostra mancanza di cielo, della nostalgia di vita e di pienezza che ogni uomo sente.
Abbiamo bisogno di riscoprire il Sacro, superare la tiepidezza spirituale, svegliare il desiderio sopito di Dio; tutto questo ci costringe a “metterci in cammino” e ci porta a scoprire il nostro comune destino! Il nostro cuore inquieto cerca qualcosa che lo appaghi, un infinito che può essere saziato solo da un altro infinito, non possiamo pretendere infatti l’infinito dal finito.
Davanti ad un mondo anestetizzato da un’indifferenza che non permette più di vedere le sofferenze degli altri, né di ascoltare il loro grido di dolore, davanti a tutti gli esclusi che spesso non hanno più nemmeno voce, il coronavirus ci sta spingendo al bisogno di fare qualcosa, ad aprire orizzonti di speranza dove sembra non ce ne siano più e così contribuire ad alleviare le ferite e le ingiustizie di una società inferma, non solo per problemi respiratori.
La reclusione forzata sta svegliando in noi il desiderio di comunità, la reale consapevolezza che tutto è connesso e che nel bene e nel male, dipendiamo gli uni dagli altri. Anche se confinati tra quattro mura, questo nuovo senso collettivo, ci porta fuori da noi stessi, ci porta alla consapevolezza di appartenere ad un popolo, alla grande famiglia umana; il virus infatti non ha frontiere, non guarda ad oriente o ad occidente, a ricchi o poveri, all’Europa, all’Africa o all’America.
E’ urgente rieducare le nuove generazioni alla bellezza, che sarà faro e guida della loro profonda sete d’infinito!
Dalle nostre case sogniamo con i nostri figli UNA NUOVA PRIMAVERA, sogniamo un mondo che vuol progredire senza corruzione, repressione e ignoranza, un mondo dove la dignità dell’umano sia posta al centro!
Quante relazioni ferite intorno a noi, quante persone non trovano soluzione alle loro fragilità, quanta divisione, quanta ostilità, chiusura e pregiudizio.
Noi cristiani abbiamo la certezza che la morte, il peccato e il male non sono l’ultima parola nella storia del mondo; Dio ha resuscitato suo Figlio Gesù Cristo, lui ha vinto la morte, ha vinto ogni nostra morte! 
Solo un uomo redento potrà vivere relazioni redente con gli altri uomini, e la Terra parteciperà di questa redenzione!
Lasciamoci sedurre dalla più alta Bellezza, la vera grande bellezza che supera la legge ed il dovere ed entra nella dimensione della gratuità.
Lasciamoci sedurre dalla bellezza che unisce l’oriente e l’occidente, dalla verità che unisce tutto e tutti e saremo servitori disposti a sperimentare il primato delle grazie spirituali e carismatiche sulle miserie e sulle paure del nostro tempo; allora saremo capaci di far vibrare l’anima dei nostri fratelli con la stessa bellezza che ha incendiato il nostro cuore condividendo con loro un orizzonte bello, nuovo e sorprendente.
Questa è la grande speranza a cui siamo chiamati, la sola, unica, grande speranza a cui ogni uomo è chiamato…tutto ciò riguarda l’umanità nel suo complesso.
La verità è che tutto è vanità, tutto passa, solo l’amore resta e forse, proprio grazie a questo tempo, tanti Lo troveranno!
Questa crisi, questo virus può avere un ruolo decisivo per svelare l’uomo a se stesso ricordandogli le fondamenta della sua grandezza, la verità profonda del suo essere e la prodigiosa novità di Cristo…


VITA e ARTE

Arte : Vita = Vita : Arte 
Questo è il titolo della Tesi di Laurea con cui ho concluso il mio ciclo di studi all'Accademia delle Belle Arti nel 2006, mi sono ispirato alle formule delle proporzioni matematiche: l'arte sta alla vita come la vita sta all'arte.

Ho sempre considerato inscindibile il rapporto tra la vita e l'arte, ed è per questo che assieme allo studio dei capolavori pittorici, letterari e musicali, mi ha appassionato l'approfondimento del vissuto degli artisti che ha accompagnato la creazione delle loro opere; quanta verità nei loro diari, nelle loro poesie e scritti intimi!

L’arte non può separarsi dall’esperienza esistenziale dell’uomo, è indispensabile una profonda unità tra uomo e artista, tra vita e opera. 
Dietro alle opere d’arte ci sono le gioie, i dolori degli uomini e dei popoli; dove manca questo sottofondo le forme nascono vuote e sradicate, lì manca anche l’arte; senza la carne della vita, l'arte resterà solo "una remota sensazione di verità, come le alghe ancora odorose di iodio testimoniano del mare".

Quest'estate in Spagna, passeggiando con mio padre, mia moglie e i miei figli abbiamo giocato a "vola, vola l'angelo"; per chi non lo conoscesse il gioco consiste nel tenere, camminando, le manine dei bambini, uno da una parte e uno dall'altra e quando meno se lo aspettano dire: "vola, vola… l'angelo" facendoli "volare" su in alto con loro estrema gioia e divertimento.
Tornati a Roma ho notato che mio figlio Francisco Eusebio, ha cominciato a disegnare insistentemente tre figure che si tengono per mano, quando gli ho chiesto cosa rappresentassero mi ha risposto: "vola, vola… l'angelo"! 
La vita è la linfa dell'arte, il nutrimento, la motivazione e la spinta; Francisco Eusebio l'ha capito da solo molto bene! 

Mi piacciono moltissimo le parole con cui l'artista Marcel Janco racconta la sua esperienza dadaista: "...tutto era capace di suscitare sentimenti genuini e diretti.
Quando si fa aderire l'arte alla vita quotidiana e ad esperienze particolari, l'arte medesima viene assoggettata agli stessi rischi delle leggi dell'imprevisto e dal caso, al gioco delle forze vive. L'arte non è più il turbamento dell'anima serio e grave, né una tragedia sentimentale, bensì semplicemente il frutto delle esperienze di vita e della gioia di vivere".

Scrisse Oscar Wilde: "Il critico deve insegnare al pubblico il senso della bellezza, l'artista deve insegnarlo al critico!",

vorrei aggiungere e concludere, il bambino deve insegnarlo ad entrambi.






VOLA VOLA... L' ANGELOOOOOOO



Saper Vedere

Saper vedere


· ​Le «Epifanie» di Francesco Astiaso Garcia ·

Da sant’Agostino a Dostoevskji s’impone la commossa celebrazione della bellezza quale valore fondante della spiritualità dell’uomo e della civiltà universale. Il monaco di Ippona parlava della Bellezza «sempre antica e sempre nuova», lo scrittore russo sentenziava che la bellezza, solo essa, potrà salvare il mondo. È da questo sentire che trae ispirazione e alimento l’opera dell’italo-spagnolo Francesco Astiaso Garcia, pluripremiato pittore, fotografo e scultore (nel 2015 ha ricevuto il premio internazionale “Giovanni Paolo I”, assegnato a personalità distintesi nei vari campi del sapere per la loro testimonianza cristiana e per il nobile impegno nel sociale).
Di quel sentire è espressione esemplare il suo libro Epifanie, promosso — fatto ben significativo — dalla Fondazione internazionale Padre Matteo Ricci, con l’auspicio che tale volume, in italiano e in cinese, favorisca «un incontro fecondo» tra Cina ed Europa. Il tema sviluppato è “la Bellezza che salva”: fotografie e testi parlano, senza ambagi, al cuore dell’uomo. Un cuore — afferma l’artista — scosso dall’anelito alla verità, la quale unisce l’Oriente e l’Occidente. Del resto l’animo umano è abitato dal desiderio di trascendere tutti i limiti, e la bellezza è custode, devota e appassionata, di questo anelito.
Il titolo del libro dice già tutto della concezione del mondo di Astiaso Garcia: le sue fotografie sono, in effetti, delle epifanie, rivelazioni di un turbinio dell’animo che poi serenamente si risolve nella contemplazione di un paesaggio naturale o di un volto, di uomo e di donna. In queste manifestazioni si esprime l’afflato divino, che la dimensione prettamente umana cerca, quasi con prometeica energia, di ghermire.
Non a caso le fotografie, bellissime, che l’artista ha scattato, sono accompagnate da frasi che svolgono la funzione di illuminanti didascalie, gran parte delle quali sono citazioni illustri, tratte da testi religiosi e da personalità laiche. «La persona umana tanto più cresce, matura e si santifica, quanto più entra in relazione, quando esce da se stessa per vivere in comunione con Dio, con gli altri e con tutte le creature»: le parole di Papa Francesco nella Laudato si’ valgono a suggellare un suggestiva fotografia di un monte le cui falde sono lambite dall’acqua del mare: un vero e proprio spettacolo della natura. E ad accompagnare un seducente paesaggio marino vi sono le frasi di Hermann Hesse, «Arte significa: dentro ogni cosa mostrare Dio», e di Cézanne, «Arte è vedere l’opera di Dio».
Lo stesso autore tiene a rimarcare il fatto che le immagini sono funzionalmente corredate da testi e riflessioni di autori credenti e atei, occidentali e orientali, i quali si interrogano sul significato ultimo della Bellezza e «intuiscono dietro la sua manifestazione un cammino privilegiato verso Dio». Una bellezza che, se meditata, ha la forza di risvegliare la spiritualità, mettendo l’uomo in contatto con la scintilla divina che è in lui: una scintilla troppo spesso seppellita e resa inerte dalle angosce e dalle urgenze terrene.
L’Epifania, dunque, si configura come uno strumento preziosissimo che permette di vedere, pur attraverso i fumi, le nebbie e le foschie emessi dalle brutture e dalle velenose ambiguità del mondo. Questa peculiare capacità di cogliere, nonostante gli ostacoli, l’essenza, è sottolineata da Paolo Ruffini, prefetto del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede, che nel contributo contenuto nel volume rileva come appunto sia «difficile vedere», senza l’Epifania. A tale riguardo il prefetto ricorda Antoine de Saint-Exupéry, che attraverso il suo piccolo principe ci insegna che «l’essenziale è invisibile agli occhi» e che bisogna imparare a «guardare le cose col cuore», e richiama Leonard Cohen: «C’è una crepa in ogni cosa. È così che entra la luce», recita una delle sue poesie-canzoni.
«Chi ha ricevuto il dono di uno sguardo contemplativo sul mondo — scrive Paolo Ruffini — riesce a levare il velo opaco delle cose, riesce a restituirle all’Epifania, e a far corrispondere all’Epifania la “diafanicità”, la trasparenza del creato».
Lo sguardo catturato dalla Epifania non è un “guardare” passivo. «È lo sguardo contemplativo — evidenzia il prefetto — che fa passare la luce, che fa passare il Logos, la Parola che Dio vuole dirci». L’arte del vedere e del rilevare è dunque una vera contemplazione, una forza trasformatrice e creatrice.
«Una forza — sottolinea il prefetto — che attraverso la trasformazione del cuore e dello sguardo trasforma realmente anche il mondo». Si tratta di una forza che permette di ricondurre tutto a unità nella verità e nella bellezza originaria delle nostre vite «aprendo una finestra sull’eternità».
In questo scenario s’inserisce a pieno titolo la figura di Padre Matteo Ricci, maestro e araldo del Vangelo, il quale — come ricorda nel suo contributo Eusebio, padre di Francesco Astiaso Garcia — presentò alla Cina «la visione cristiana della bellezza come epifania dell’invisibile e del divino».
Questa apertura alla trascendenza apporta uno slancio all’arte e all’idea stessa di bellezza, «liberandola dall’inconsistenza e dall’effimero», privandola della caducità e proiettandola verso il desiderio di prendere parte alla «festa senza fine alla quale aspira ogni uomo».
Nel rilevare che nel volume si susseguono immagini dai cromatismi accattivanti, criptici geroglifici naturali o presunti tali, diafani specchi d’acqua, rocce incendiate dal sole, superfici screpolate e geometrie sia nette che irregolari, Enrico Nicolò, artista-fotografo, nel suo contributo sottolinea il coraggio di Francesco Astiaso Garcia di «affermare i colori di Dio e la bellezza di Dio». La sua, allora, diviene, in un certo senso, un’opera fotografica potenzialmente “profetica”. Il Bene, il Vero e il Bello ritrovano, mirabilmente congiunti, il loro giusto ruolo e la loro centralità nel discorso sull’arte.
E l’opera del fotografo italo-spagnolo — priva di ogni reiterato stilema e refrattaria a ogni tentazione di maniera — è anche “evangelizzatrice”. Proprio perché profetica. Contribuisce cioè a mettere in relazione l’uomo con Dio, la sua vita con la Parola. «Le Epifanie di Astiaso allora — sottolinea Enrico Nicolò — possono diventare le manifestazioni, le rivelazioni che quotidianamente Dio compie nei confronti di ciascuno di noi». Un’epifania che si dispiega, in tutto il suo catartico fulgore, lungo il complesso, tortuoso ma sempre affascinante itinerario esistenziale.

Una Cartolina Speciale

E dopo il bellissimo incoraggiamento scritto del nostro Presidente Sergio Mattarella è arrivato questo biglietto.

Che dire, non capita certo tutti i giorni di ricevere una lettera dai Reali.
Non sapevo se pubblicarlo, volevo evitare la vanagloria, per questo ho aspettato a lungo; 


Ho deciso oggi di condividerlo perché in fondo è solo l’ulteriore conferma  dell’importanza e dell’urgenza di lavorare con passione per la comunione dei popoli e delle nazioni attraverso la via della bellezza!

Il mio augurio è che possa essere di ispirazione per tutti!
I più alti muri da abbattere sono quelli che stanno nei nostri occhi e ci impediscono di vedere l’altro!




L'Arte della Contemplazione, Uno Sguardo di Lode

L’ARTE DELLA CONTEMPLAZIONE, 
Uno Sguardo di Lode

di Paolo Ruffini, Prefetto del Dicastero 
per la Comunicazione della Santa Sede


Quanto è diventato difficile vedere la grandezza del mondo in cui viviamo. Siamo così presi da noi stessi da aver perso l’abitudine di alzare lo sguardo per lasciarsi riempire, attraversare, illuminare dalla contemplazione. 
Le scienze naturali non ci dicono della bellezza. Ci hanno abituato a considerare la natura come un oggetto da studiare. Siamo in grado di decifrare in modo microscopico tutto ciò che esiste, siamo in grado di definire la struttura fisica, di analizzare la composizione chimica, di misurare le proprietà energetiche di ogni cosa. 
Non per questo però siamo in grado di discernere i nessi che esistono tra le miriadi delle cose create; il significato della materia, il senso della terra, l’orientamento del mondo…La sua bellezza, manifestazione di Dio. 

Per ricordarcelo papa Francesco ci ha donato l’enciclica Laudato sì. Per raccontarcelo, soprattutto con le immagini, Francesco Astiaso Garcia ha pensato a Epifanie; gli artisti vedono e fanno vedere le cose al di là della loro apparenza. Come è difficile vedere, senza l’Epifania. Ogni particella del creato porta iscritta in sé una traccia, un codice, un orientamento, tanto che il mondo intero si presenta come una parola. E l’uomo può contemplare così il cosmo non solo da fuori, ma anche dall’interno. Può vedere ciò che è visibile unito con ciò che è invisibile. Perché la bellezza di quel che vede gli racconta ciò che non vede. Il caos nel mondo sorge dal rifiuto umano del Logos, che è ordine e senso del mondo. Senza la luce divina, l’uomo vede l’universo a immagine del proprio decadimento. Non vede più la materia unita al suo senso, ma divide il visibile dall’invisibile, separa il fenomeno dal suo contenuto spirituale. Senza la luce divina, ciò che è simbolo e luogo di incontro con Dio, si svuota del senso; ciò che è trasparente, diventa ormai opaco. 

Chi ha ricevuto il dono di uno sguardo contemplativo sul mondo, riesce a levare il velo opaco dalle cose, riesce a restituirle all’Epifania. Riesce a far corrispondere all’Epifania la “diafanicità”, la trasparenza del creato. Riesce a manifestare lo scopo, la visione, con la quale tutto fu creato. Riesce quindi – proprio come fa la liturgia – ad abbracciare il mondo su un piano diverso, dove l’acqua, l’olio, il fuoco e i colori sono assunti con tutta la loro forza simbolica e si incorporano nella lode (cf. Francesco, Laudato sì, n. 235). Lo sguardo catturato dalle Epifanie non è un “guardare” passivo. E’ lo sguardo contemplativo che fa passare la luce, che fa passare il Logos, la Parola che Dio vuole dirci. L’arte del vedere (e del rivelare) è dunque una vera contemplazione, una forza trasformatrice e creatrice. Una forza che attraverso la trasformazione del cuore e dello sguardo trasforma realmente anche il mondo. Una forza che permette di ricondurre tutto ad unità nella verità e nella bellezza originaria delle nostre vite aprendo una finestra sull’eternità.

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La bellezza della comunità cristiana (Eusebio Astiaso Garcia)

Trascrizione del discorso di Eusebio Astiaso Garcia
in occasione della presentazione del libro Epifanie, 
presso l'Università Gregoriana.

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La bellezza della comunità cristiana

La giornata di oggi all’Università Gregoriana, nel presentare il volume Epifanie, si pone in
continuità con degli incontri di amicizia e di interscambio culturale tra la Fondazione Internazionale
P.M.R. e la Municipalità di Shangai, alla luce della relazione tra due figure di primo piano, Padre
Matteo Ricci e Paolo Xu Guangqi.
La presenza oggi della delegazione della Municipalità di Shangai, alla quale rivolgiamo il nostro
più caloroso benvenuto, e di tanti amici ed autorità italiane e dello Stato Vaticano, è un importante
incoraggiamento a continuare il nostro cammino insieme, volto a scoprire nuove strade di
collaborazione.
Abbiamo sentito questa mattina tante parole illuminanti e profonde sul tema della bellezza. Vorrei
molto semplicemente fare una riflessione personale a partire da alcuni passi della biografia di Padre
Matteo Ricci, scritta dal missionario gesuita bresciano Giulio Aleni, arrivato a Pechino nel 1613,
appena tre anni dopo la morte del missionario maceratese.
Dopo aver raccolto molte testimonianze di tante persone che vissero accanto a lui, scrisse: “Padre
Valignano inviò a Nanchino un trittico descritto come «assai bello», raffigurante il Signore
Gesù. La brillantezza dei colori ad olio, che la Cina ancora non conosceva, colpiva moltissimo
i letterati confuciani, i quali, desiderosi di penetrare la grande questione della vita e della
morte, erano ancor più attratti dalla realtà celeste che tali quadri annunziavano”.
Aggiunge: “Molti letterati venivano a vedere la casa dove abitava Li Madu con i suoi
compagni, attratti dai molti oggetti scientifici ed artistici che in essa trovavano. Rimanevano
però soprattutto colpiti dalla vita di questi uomini, vera opera d’arte”.
Cosa aveva di speciale la vita di questi uomini da attrarre così tanto i letterati? Da quale novità sono
stati affascinati? Sant’Agostino dice che “amiamo solo ciò che è bello”: quale bellezza dunque
rifletteva la loro vita?
La bellezza irradia luce come manifestazione della bontà e della verità dell’essere: veritatis
splendor. Non è una deduzione, è un incontro che ci tocca e ci colpisce, entrando in contatto con noi
e facendoci superare la dimensione prettamente materiale e consumistica della vita.

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E’ un anelito, una nostalgia che ci lancia verso mete sconosciute e verso l’eterno. Come
l’innamoramento, la bellezza è un sussulto dello spirito del corpo, è un linguaggio scritto nel cuore
di ogni uomo.
Il mondo in cui viviamo ha bisogno di bellezza, gioia nel cuore degli uomini, per non sprofondare
nella disperazione.
La bellezza è lo splendore e la luce di una perfezione che si manifesta. La bellezza è Epifania!
Nonostante il fascino che essa esercita su ognuno di noi, è fragile ed inconsistente: il suo splendore
è offuscato dalla caducità, dalla corruzione e dall’incapacità di superare il tempo e lo spazio.
La menzogna, la violenza, il male e le nostre brutture mettono in discussione la bellezza, resa
effimera dalla morte e dal non senso della vita dell’uomo.
La bellezza, richiamo alla trascendenza, è incapace di saziare il cuore dell’uomo, suscitando in noi
quella nostalgia di Dio che Sant’Agostino espresse con accenti ineguagliabili: “tardi t’amai,
bellezza così antica, così nuova, tardi ti amai! Ed ecco tu eri dentro di me ed io fuori di me ti
cercavo e mi gettavo deforme sulle belle forme della tua creazione… Tu hai chiamato e
gridato, hai spezzato la mia sordità, hai sparso la tua fragranza ed io respirai, e ora anelo
verso di te; ti ho gustato ed ora ho fame e sete di te”.
In ogni uomo esiste un’intima connessione che lega la ricerca del bello alla ricerca della verità, la
via pulchritudinis alla via veritatis. La bellezza non è autentica se non nel suo rapporto con la verità.
La natura attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio (Rm 8,19) e l’uomo si sente come
smarrito nella ricerca di una bellezza fuori della sua portata. L’umanità sta aspettando qualcosa, o
meglio, sta aspettando qualcuno! Non hanno vino, non hanno festa: “oh se tu squarciassi il cielo e
scendessi”.
L’evento cristiano non è una filosofia o una nuova religione. E’ un fatto, una notizia! Qualcosa che
accade nella vita e la cambia… E’ un incontro con Cristo Risorto! “Quello che era da principio,
quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che
abbiano contemplato, che le nostre mani hanno toccato, ossia il verbo della vita, si è fatto
visibile a noi e lo annunciamo anche a voi affinché la vostra gioia sia piena” (1 Gv 1,1).
Il Mistero Pasquale di Cristo proietta una nuova luce sull’uomo e sul significato della sua esistenza.
Dio ha risuscitato il suo servo Gesù e l’uomo ha nuovamente accesso all’albero della vita. Lui ha
vinto la morte ed ha preso la nostra carne umana e l’ha portata ad una trascendenza più alta degli
astri, facendoci entrare nella divinità come figli di Dio.

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Questa Epifania dell’invisibile che apre alla trascendenza e all’eternità apporta un nuovo slancio
alla bellezza, offuscata dall’inconsistenza e dall’effimero, catapultandola alla festa senza fine alla
quale aspira ogni uomo. La gioia di vivere, la pienezza, la speranza che genera l’annuncio del
Vangelo è stato l’humus, terreno fertile che ha favorito enormemente, nel corso di tutta la storia, lo
sviluppo della scienza e dell’arte.
La bellezza della comunità cristiana si manifesta nella comunione fraterna, capace di superare ogni
barriera: in essa appare la gratuità dell’amore nella cura per i più bisognosi. Ogni individuo, schiavo
o libero, uomo o donna, viene accolto come figlio di Dio.
Nella liturgia appare la bellezza dell’amore di Cristo, capace di farci sperimentare, nella
celebrazione della comunione con Dio e con i fratelli, la pienezza e la felicità alla quale aspira ogni
uomo.
La bellezza della liturgia e della comunità cristiana è stata la fonte della quale è scaturita una parte
incomparabile del patrimonio artistico e culturale dell’umanità.
San Tommaso mette in relazione la bellezza con il piacere. Dio, attraverso la bellezza della natura
da lui creata, ci mostra il suo amore. E’ proprio la bellezza e la bontà della natura a generare in noi
una emozione estetica, un piacere attraverso il quale ci sentiamo amati. Il linguaggio della natura è
un linguaggio di amore.
E’ attraverso Cristo crocifisso, immagine del Dio invisibile, irradiazione della sua gloria e impronta
della sua sostanza, che ci viene svelato il senso profondo della bellezza: l’amore. In Lui appare un
amore nuovo, che non c’è nel mondo, la Caritas. Un amore che tutto crede, tutto spera, sopporta
tutto, non tiene conto del male e che arriva ad amare anche il nemico. “Cristo ha dato la sua vita per
noi quando eravamo malvagi”. Una bellezza nuova che include la sofferenza, il dolore e la morte.
Dio appare in Cristo come bellezza crocifissa per noi. Lui è il più bello fra i figli dell’uomo. Gesù
Cristo è la bellezza suprema, lo splendore della verità, la sola bellezza che sfida il male e trionfa
sulla morte.
Questo amore, versato nei cuori dei credenti per mezzo dello Spirito Santo, ci rende partecipi della
vita divina, riconducendoci alla bellezza originaria: la creatura elevata alla figliolanza divina.
E’ stato l’incontro con Cristo Risorto che ha fatto sì che Matto Ricci, giovane della borghesia di
Macerata con un brillante avvenire, lasciasse tutto per partire per l’Oriente, sapendo che non
sarebbe mai tornato. Non è andato in Cina per portare la cultura occidentale ma per portare la vita
immortale per mezzo dell’annunzio del Vangelo, accettando ingiurie ed opposizioni.

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E’ proprio l’amore che portava dentro a metterlo nella condizione di poter vedere la grandezza e la
bellezza della cultura cinese. Li Madu ha amato profondamente la Cina e il nobile popolo cinese,
che, ancora oggi, corrisponde a questo amore con un ricordo perenne.
Il suo biografo, Giulio Aleni, ci riporta diversi fatti di sapore francescano che colpivano chiunque si
avvicinasse a Matteo Ricci e compagni, scorgendo i segni della loro bellezza interiore: “un giorno
un tale scavalcò il muro posteriore per rubare della legna. A quello della casa che cercava di
fermarlo, Maestro Ricci comandò di lasciarlo andar via con la legna, dicendo: perché
disputare con questo per una cosa di poco valore, tanto più se egli è venuto a causa della sua
povertà? E portò egli stesso la legna verso al muro e la consegnò all’uomo, il quale, con
vergogna, ringraziò e se ne andò”. Riferisce inoltre: “un giorno alcuni ladri entrarono con
forza in casa per rubare e vennero catturati dalle autorità e condannati al carcere duro.
Maestro Ricci ebbe compassione di loro e intercedette con insistenza presso le autorità perché
fossero liberati. Tutti furono sopraffatti dall’ammirazione di fronte a tale virtù di Maestro
Ricci”.
Chi sono questi uomini che hanno lasciato tutto e stanno in mezzo a noi senza chiedere nulla per sé?
Quale è la fonte della loro saggezza?
Paolo Xu Guangqi, che ha seguito le orme di Matteo Ricci ed ha servito il suo paese con grande
sapienza e disinteresse, ci dà la risposta: “la generosa elargizione di conoscenza e di strumenti
scientifici operata da Matteo Ricci e dai suoi compagni gesuiti è il risultato della messa in
pratica del divino comandamento dell’amore. Molte cose hanno portato i missionari per la
prosperità del paese e per il benessere del popolo nel campo della matematica e della
cartografia, ma la più buona di tutte è il Vangelo di Cristo con la promessa della liberazione
del peccato e della salvezza eterna”.
I letterati ed il popolo vedevano in Padre Matteo Ricci e nei suoi compagni il riflesso di Cristo
crocifisso: la bellezza della santità.
Scrive San Cirillo: “una rassomiglianza spirituale è impressa in coloro che sono diventati
partecipi della natura di Cristo e la bellezza della sua inesprimibile divinità risplende nelle
anime dei Santi”.
La bellezza risplende in maniera unica sul volto di Cristo, di sua Madre e dei Santi.
Speriamo che presto siano canonizzati Padre Matteo Ricci e Xu Guangqi.