Restituiamo agli artisti la loro Vocazione!

 

Si se calla el cantor
Muere la rosa
¿De qué sirven las rosas sin el canto?

PULCHRITUDINIS STUDIUM HABENTES di Francesco Astiaso Garcia ©

La produzione artistica è condizionata dal mercato, dalla moda e dalle influenze di tendenza. Questo di per sé non è un male, lo diventa lì dove le dinamiche di mercato hanno il sopravvento sulla creatività e la produzione originale di un'artista, cioè quando un'artista finisce per dipingere non più quello che sente ma piuttosto quello che il mercato domanda. Andy Warhol amava ripetere che nell'ambiente artistico non si vende tanto la qualità della carne, quanto il rumore della bistecca sulla piastra. Dovremmo dedurne che più importante dell'arte stessa, è tutta l'operazione di marketing che le sta intorno.

Pierluigi Panza, autore del libro L'opera d'arte nell' epoca della sua riproducibilità finanziaria, afferma che il valore dell'arte contemporanea è disgiunto sia dai criteri di valutazione applicabili ad un'opera di artigianato, sia dai criteri di valutazione estetici che una critica fondata può attribuirgli...Per fare un affare bisognerebbe essere un insider e telefonare a chi muove le leve: Cosa compri il mese prossimo? ...la questione del valore artistico di un'opera non la stiamo nemmeno sfiorando."

Significative le parole del professore di psicologia Paul Bloom a proposito della contraffazione delle opere d'arte: "Si potrebbe credere che il piacere che traiamo da un dipinto derivi dal colore, dalle forme e dal disegno...se le cose stessero così non dovrebbe importare che si tratti di un originale o di un falso... ma il nostro cervello non funziona così. Quando ci viene mostrato un oggetto o offerto del cibo o mostrato un volto, il giudizio che ne diamo è profondamente condizionato dalle informazioni che l'accompagnano".

Qualcuno ha sollevato comprensibilmente la questione di etica artistica che implica l'utilizzare quattro studi e quaranta assistenti per produrre le opere di Damien Hirst che poi l'artista si limita a firmare. A tal proposito lo stesso Hirst ha detto: "Mi piace l'idea di una fabbrica che produce le opere, il che separa le opere dalle idee, ma non mi piacerebbe una fabbrica che produce idee".

Il vero dramma sorge quando ci troviamo davanti al vuoto, davanti all'assenza di tecnica e di contenuto originale, circostanza oggi tristemente frequente. Cosa rimane quando mancano le idee e l'esecuzione pratica, quando manca il mestiere e anche l'autentica intuizione? Rimane il brand, e soprattutto rimangono i soldi e il mercato...la speculazione che "move il sole e le altre stelle" e sterline...dell'arte. Il famoso economista Donald Thompson racconta in un suo libro sulle stravaganze dell'economia dell'arte contemporanea una storia molto significativa a proposito del brand di Hirst che riguarda A. Gill, giornalista del "Sunday Times":

Gill possedeva un vecchio ritratto di Iosif Stalin dipinto da un anonimo; l'aveva pagato 200 sterline. Nel 2007 Gill lo propose a Christie's per venderlo in un'asta infrasettimanale di minore importanza. La casa d'aste lo rifiutò dicendo che non trattava opere che ritraevano Hitler o Stalin..."E se si trattasse di uno Stalin di Hirst o di Warhol?", "In questo caso, naturalmente, saremo felicissimi di averlo". Gill chiamò Damien Hirst e gli chiese se avrebbe dipinto un naso rosso sul suo Stalin. Hirst accettò e aggiunse la sua firma sotto quel naso. Con la firma di Hirst, Christie's lo accettò e lo offrì per una stima tra le 8.000 e le 12.000 sterline. Diciassette rilanci dopo, il martello batté la cifra di 140.000 sterline. Dopotutto, si trattava di un Hirst autografo.

È evidente a tutti che oggi i nomi degli artisti hanno sempre più importanza e l'arte a cui sono associati sempre di meno; il 15 maggio 2001 una scultura di Jeff Koons che rappresenta la pop star Michael Jackson con la sua scimmia è stata venduta durante un'asta d'arte contemporanea per 5,6 milioni di dollari; si tratta di una cifra che Auguste Rodin, Henry Moore o Costantin Brancusi mai ricevettero per un'opera durante tutta la loro esistenza. Questo avviene quando collezionisti e investitori sono pronti a comprare con le orecchie anziché con gli occhi, attribuendo valore ad un'opera solo in base alla reputazione, a quello che se ne dice.

Nel 2007 il Louvre concesse il suo marchio al nuovo Louvre Abu Dhabi Museum per la modica cifra di 400 milioni di euro; la cosa più incredibile è che il costo del nome del museo fu di gran lunga più elevato di quello della costruzione della sua sede, per cui furono necessari "soltanto" 115 milioni di dollari...questa è la forza economica del brand nel mondo dell'arte! Mai sottovalutare l'importanza di chiamarsi Louvre... l'importanza di chiamarsi Hirst!

Potremmo continuare con una lista infinita di esempi ma ritengo questi più che sufficienti a dimostrare inconfutabilmente che il valore di un'opera oggi non scaturisce più da questioni estetiche e formali bensì da logiche di investimento e di status tiranneggiate dal mercato con il suo entourage di galleristi, azionisti e collezionisti. Indossare pantaloni firmati Armani, appendere nel proprio salone un Dalì e bere Chardonnay per molti è più importante di vestire bene, arredare la casa con gusto ed apprezzare un buon vino. Ma fin dove si può spingere ancora tutto questo? Dove sta andando il mercato dell'arte contemporanea con i suoi prezzi in continua crescita? Come può un'opera arrivare a costare 140 milioni di dollari? Molti ormai riconoscono che la risposta è legata ai meccanismi malati che hanno alzato la posta in gioco nel mercato dell'arte gonfiato da grandi capitali e alimentato da dosi massicce di egocentrismo. Siamo giunti al punto in cui la storia dell'arte può essere riscritta facilmente da un collezionista con buone possibilità economiche. 

Mi ha colpito molto l'onestà della dichiarazione dell'ex direttore del Metropolitan Museum of Art Thomas Hoving: "Pochi professionisti del settore ammettono che oggi il mondo dell'arte è un nuovo, attivissimo, amorale mondo del falso".

La nostra società consumistica sottovaluta, svilisce, distorce il significato della bellezza, degradando ogni cosa a valore di scambio o di conquista, a strumento per produrre inganno, adulazione, dominio. In arte come in politica dobbiamo fuggire l'errore di pensare che la più alta ricompensa sia il consenso. L'onore non coincide con la reputazione; l'onore dipende dalle virtù della persona, non da quello che pensano gli altri. La nostra società senza onore, è basata sulla reputazione; Trovo drammaticamente attuali le parole di Blaise Pascal: "Diventeremmo di buon grado vigliacchi pur di essere stimati coraggiosi". I poteri forti condizionano le masse con un duplice fine: il consumo e il consenso. E gli artisti oggi che fanno? per lo più si adeguano

Le alternative richiedono un'enorme capacità di sacrificio e un'etica che disprezzi il successoCosa ci può essere oggi meno di moda di un'etica che disprezza il successo? Ogni sistema iniquo produce scarti, e il sistema dell'arte non fa eccezione. Sono troppi gli artisti che smettono di dipingere per difficoltà economiche; sono finiti i tempi dei grandi mecenati, oggi è molto difficile poter vendere e guadagnare con l'arte anche quando si è dotati di un vero talento; oltretutto sono molte e sostanziose le spese da dover affrontare per poter portare avanti un lavoro artistico professionale. È necessaria una forza d'animo grande e una caparbietà risoluta per non cedere alle pressioni sociali ed economiche che spingono ad abbandonare i propri sogni e il proprio talento! La grandezza dell'uomo si misura in base a quel che cerca e all'insistenza con cui egli resta alla ricerca, affermava Martin Heidegger, Nelson Mandela disse invece: Un vincitore è solo un sognatore che non si è arreso!

Dopotutto chi è l'artista nel nostro immaginario collettivo? L'artista è colui che esce dagli schemi, colui che sa liberarsi da peso della cultura dominante, che sa vivere in proprio rompendo con tutte le convenzioni, le ipocrisie, le gabbie di normalità che gravano come macigni su tutte le società. Quali sono allora, mi chiedo, gli schemi che oggi dobbiamo rompere, quali le convenzioni e le gabbie di normalità da cui ci dobbiamo affrancare per rimanere liberi come uomini e artisti?

Ho trovato di grande ispirazione il libro di Tzvetan Todorov, "L'arte nella tempesta" o nella versione francese "Il trionfo dell'artista". Il libro affronta la vicenda degli artisti russi all'epoca della rivoluzione d'ottobre. Scrive Todorov: I detentori del potere sono capaci di annientare quelli che vogliono sottomettere, ma non hanno alcuna presa sui valori estetici, etici, spirituali, provenienti dalle opere prodotte da questi artisti...Senza queste opere l'umanità non potrebbe sopravvivere, né allora né oggi. È qui il trionfo dei fragili eroi del nostro racconto.

Quanto sarebbe bello restituire agli artisti la loro vocazione di fragili eroi; da qui vorrei ripartissimo, dai valori estetici, etici e spirituali senza i quali l'umanità non potrebbe sopravvivere, dalla bellezza attraverso la quale il mondo si salva! Affermiamo ed amiamo la bellezza, in essa s'incarna il senso della vita che non perisce, si tratta di salvare l'umano nell'uomo, di salvare il senso stesso della vita umana contro il caos e l'assurdo. Il mondo ha bisogno di sognare e se gli artisti i musicisti e i poeti smettono di farlo, chi potrà continuare ad alimentare i sogni! 

Si se calla el cantor calla la vida dice una meravigliosa canzone di Horacio Guarany.

Se è vero che la bellezza salverà il mondo, salvare la bellezza è una grave responsabilità collettiva!  L'artista deve rivolgersi a tutti, e a ciascuno offrire consolazione e speranza, deve aprire orizzonti dove sembra che non ce ne siano più, scuotere il mondo anestetizzato da un'indifferenza che non permette più di vedere la sofferenza degli altri. L'umanità ferita è alla ricerca della bellezza, alleviarne le ferite vale più di qualsiasi brand di tendenza e di ogni certezza economica!

Francesco Astiaso Garcia


Si se calla el cantor
Calla la vida
Porque la vida, la vida misma es toda un canto
Si se calla el cantor
Muere de espanto
La esperanza, la luz y la alegría
Si se calla el cantor
Se quedan solos
Los humildes gorriones de los diarios
Los obreros del puerto se persignan
¿Quién habrá de luchar por sus salarios?
¿Qué ha de ser de la vida, si el que canta
No levanta su voz en las tribunas
Por el que sufre, por el que no hay ninguna
Razón que lo condene a andar si manta?
Si se calla el cantor
Muere la rosa
¿De qué sirven las rosas sin el canto?
Debe, el canto, ser luz
Sobre los campos
Iluminando siempre a los de abajo
Que no calle el cantor
Porque el silencio
Cobarde, apaña la maldad que oprime
No saben los cantores de agachadas
No callarán jamás
De frente al crimen
¡Que se levanten todas las banderas
Cuando el cantor se plante con su grito!
¡Que mil guitarras desangren en la noche
Una inmortal canción al infinito!
Si se calla el cantor
Calla la vida

Compositore: Horacio Guarany

TRADUZIONE

Se tace il cantante, la vita tace

perché la vita, la vita stessa è tutta un canto.

Se tace il cantante, muoiono di spavento

la speranza, la luce e la felicita.

 

Se tace il cantante, rimangono soli

gli umili passerotti del quotidiano.

Gli operai del porto si segnano.

Chi lotterà per loro stipendio?

 

“Cosa sarebbe la vita se chi canta

non alza la voce in tribuna

per chi soffre, per chi senza motivo

è condannato a andare senza protezione.”

 

Se il cantante tace, la rosa muore

a che cosa serve la rosa senza il canto?

Il canto deve essere luce sui campi

illuminando sempre quelli in basso.

 

Che non si tacesse il cantante ché il silenzio

vigliacco conviene alla malvagità che opprime

Nulla sappiano i cantanti delle bassezze

Non taceranno mai di fronte al reato.

 

(parlato)

“Che si alzino tutte le bandiere

quando il cantate si erge col suo grido

Che sanguinano da mille chitarre nella notte

una canzone eterna nell'infinito.”

 

Se il cantante tace... la vita tace


L'INCUBO PIU' BELLO

Nelle ultime settimane ho fatto molti sogni della maggior parte dei quali ricordo poco o nulla, altri li ricordavo appena sveglio, ma una volta mescolati con la vita, li ho scordati: c'è solo un sogno, o meglio un incubo che proprio non riesco a dimenticareSuggestionato dalla situazione di guerra in Afghanistan e profondamento impressionato dalle sofferenze di migliaia di persone ho sognato di essere un profugo costretto a lasciare tutto con moglie e figli al seguito, a causa di una guerra improvvisa; rimane vivido nella mia mente il sentimento di drammatico sradicamento che accompagnava il nostro peregrinare senza meta mentre i miei figli domandavano insistentemente: e adesso che facciamo, dove andiamo papà?

Al risveglio ero fortemente scosso, la mia felicità nello scoprire che si fosse trattato solo di un sogno è stata subito accompagnata da un terribile senso di colpa verso chi realmente si trovava in quelle drammatiche circostanze!

Quant'è complicata la capacità di immedesimazione, mettersi nei panni degli altri è molto più difficile di quanto si pensi a partire dalle situazioni più semplici; mi colpisce per esempio, constatare nel traffico romano, l'indignazione dei pedoni per la prepotenza di chi alla guida non si ferma sulle strisce, per poi, nella maggior parte dei casi, fare lo stesso una volta saliti in automobile. Se siamo incapaci di immedesimazione nelle circostanze più banali, immaginiamo nelle questioni più importanti; com'è difficile sentire sincera empatia e compassione per chi combatte battaglie a migliaia di chilometri e fugge da nemici che non vedremo mai, abbandonando figli che non sono i nostri.

È stato uno degli incubi più belli che abbia mai fatto, un incubo che ha scalfito almeno in parte la mia incapacità di compassione, permettendomi per una notte, di vivere un assaggio, quasi reale, del dramma di tanta povera gente. È stato allora che ho sentito il desiderio di fare qualcosa, di prendere almeno un'iniziativa, così assieme al mio amico Filippo abbiamo pensato di organizzare un pomeriggio di condivisione, speranza e spensieratezza con la comunità afgana di Macerata, è stata una piccolissima cosa che ha portato tanta gioia e un forte sentimento di fratellanza che nasce dallo stare insieme.

Il momento forse più emozionante è stato cantare con tutti quei bambini afghani la canzone di Josè Luis Perales "Que canten los niños", una preghiera che si alza dalla voce dei più piccoli che cantano anche per quei bambini che non possono più cantare, perché hanno spento la loro voce!



#AfghanWomenExist
#TogetherWeStand
#AfghanistanIsCalling

La Vita è un Soffio


"La Bellezza che fugge" - matita su pioppo - Francesco Astiaso Garcia ©


Quando penso allo scorrere del tempo e alla fugacità della bellezza sempre mi torna in mente la casa di cura a Madrid dove mio nonno ha dovuto trascorrere gli ultimi due anni della sua vita.

Un giorno entrando nella residenza, rimasi colpito da una bellissima mostra di fotografie in bianco e nero esposte lungo tutto il corridoio che conduceva alla grande sala dove gli anziani ospiti trascorrevano la maggior parte del tempo.

Tutte le fotografie rappresentavano volti di uomini e donne nel fiore della giovinezza, quanta bellezza in quegli occhi brillanti, in quei sorrisi pieni di fiducia, di sogni e di speranze.

Sono rimasto a lungo ad ammirare quelle foto sbiadite dal tempo, finché, giunto quasi alla fine del corridoio, chiesi curioso ad un’infermiera chi fosse l’autore di quelle fotografie e chi fossero i soggetti rappresentati, mi rispose sorridendo: “le persone ritratte sono i nostri ospiti quando avevano all’incirca vent’anni…se guardi bene c’è pure tuo nonno”.

Nel frattempo ero arrivato, aperta la porta del salone, eccoli lì quei ragazzi e quelle ragazze, 60 o 70 anni dopo, la maggior parte di loro in sedie a rotelle, ripiegati sotto il peso degli anni e della malattia…com’erano cambiati quei volti, com’erano diversi quegli occhi segnati dalle prove della vita, quanto velocemente era svanita la bellezza della giovinezza, quanto superficiale e vano il mio narcisismo.

La bellezza della giovinezza è forse proprio questa: un attimo fugace in cui ci illudiamo di essere eterni!

I BAMBINI CI GUARDANO

 

“Lo sguardo dei bambini sul mondo:

uno sguardo puro, capace di captare tutto, uno sguardo limpido attraverso il quale possiamo individuare subito e con nitidezza il bene e il male.

GLI OCCHI DEI BAMBINI

Che cosa facciamo perché i bambini possano guardarci sorridendo e conservino uno sguardo limpido, ricco di fiducia e di speranza? Che cosa facciamo perché non venga rubata loro questa luce, perché questi occhi non vengano turbati e corrotti?”

 

Alcuni stralci delI’intervista a Papa Francesco «Cinema, sguardo di vita», di Dario Edoardo Viganò:

 

I film del neorealismo ci hanno formato il cuore e ancora possono farlo. Direi di più: quei film ci hanno insegnato a guardare la realtà con occhi nuovi: il valore universale di quel cinema è la sua attualità quale importante strumento per aiutarci a rinnovare il nostro sguardo sul mondo.

Quanta necessità abbiamo oggi d’imparare a guardare! La difficile situazione che stiamo vivendo, segnata a fondo dalla pandemia, genera preoccupazione, paura, sconforto: per questo servono occhi capaci di fendere il buio della notte, di alzare lo sguardo oltre il muro per scrutare l’orizzonte.

Oggi è tanto importante una catechesi dello sguardo, una pedagogia per i nostri occhi spesso incapaci di contemplare in mezzo all’oscurità la “grande luce” (Is 9,1) che Gesù viene a portare. Una mistica del nostro tempo, Simone Weil, scrive: «La compassione e la gratitudine discendono da Dio, e quando vengono donate attraverso uno sguardo, Dio è presente nel punto in cui gli sguardi s’ incontrano». Ecco perché la riflessione sullo sguardo apre alla trascendenza. Come sarebbe bello riscoprire attraverso il cinema l’importanza dell’educazione allo sguardo puro. Proprio come ha fatto il neorealismo.

 

Quello neorealista è uno sguardo che provoca la coscienza. I bambini ci guardano è un film del 1943 di Vittorio De Sica che amo citare spesso perché è molto bello e ricco di significati. In tanti film lo sguardo neorealista è stato lo sguardo dei bambini sul mondo: uno sguardo puro, capace di captare tutto, uno sguardo limpido attraverso il quale possiamo individuare subito e con nitidezza il bene e il male. Ricordo le parole del mio fratello Hieronymos, arcivescovo ortodosso di Atene e di tutta la Grecia, a proposito di una delle realtà più dure del nostro tempo: «Chi vede gli occhi dei bambini che incontriamo nei campi profughi è in grado di riconoscere immediatamente, nella sua interezza, la “bancarotta” dell’umanità» ( Discorso nel Campo profughi di Moria, Lesbos, 16 aprile 2016).

In molte occasioni e in tanti Paesi diversi, i miei occhi hanno incontrato quelli dei bambini, poveri e ricchi, sani e malati, gioiosi e sofferenti. Essere guardati dagli occhi dei bambini è un’esperienza che tutti conosciamo, che ci tocca fino in fondo al cuore e che ci obbliga anche a un esame di coscienza. Il cinema neorealista ha universalizzato questo sguardo dei bambini: il loro sguardo, che è molto di più di un semplice punto di vista, ci interroga tanto più oggi che la pandemia sembra moltiplicare le bancherotte dell’umanità.

Che cosa facciamo perché i bambini possano guardarci sorridendo e conservino uno sguardo limpido, ricco di fiducia e di speranza? Che cosa facciamo perché non venga rubata loro questa luce, perché questi occhi non vengano turbati e corrotti?

 

Guardare non è vedere…Vedere è un atto che si compie solo con gli occhi, per guardare occorrono gli occhi e il cuore… È la qualità dello sguardo a fare la differenza…La capacità di acquisire uno sguardo che sa mettere in relazione è, dunque, la chiave per una comunicazione autentica e lo è tanto più in questa stagione difficile della pandemia, in cui il contatto virtuale predomina spesso sul contatto reale.

Uno sguardo che tocca la realtà, ma anche il cuore, è uno sguardo che la realtà la trasforma…Non è uno sguardo che ti lascia dove sei, ma è uno sguardo che ti porta su, che ti solleva, che ti invita ad alzarti. Il cinema neorealista ha avuto questo potere, proprio della grande arte, di saper cogliere nell’inverno ciò che era già primavera. È uno sguardo che nelle tenebre custodisce il gusto e il senso della luce. È uno sguardo di svelamento:

là dove noi non vediamo che un limite, l’occhio del poeta e dell’artista costruisce passaggi, apre brecce negli sbarramenti, scorge i segni di una realtà più bella e più grande. Abbiamo tanto bisogno di questo sguardo.

 

È questa la lezione che possiamo apprendere dalla scuola di umanesimo del neorealismo: uno sguardo che provoca la coscienza, che mette in relazione, che fa germogliare. Una pedagogia per gli occhi che cambia il nostro sguardo miope avvicinandolo allo sguardo stesso di Dio.

Papa Francesco

 

(l’intervista è uscita in forma integrale su Avvenire domenica 18 luglio 2021)

Ci vuole Fantasia

 

FANTASIA
                                                           LA FANTASIA DEI BAMBINI


Recentemente Papa Francesco ha ripreso da Jorge Luis Borges l’immagine molto suggestiva del labirinto per raccontare la ricerca di una via di senso e di libertà in un mondo che fatica ad alzarsi dalla pandemia e da tutte le sue conseguenze economiche e sociali.

Per uscirne, suggerisce Papa Francesco, è necessario seguire “il filo d’Arianna della creatività che i credenti leggono come opera dello Spirito che ci chiama fuori da noi stessi”.

Mi è piaciuta tanto questa immagine del filo d’Arianna della creatività perché chiama in causa gli artisti, i sognatori e i poeti. Dio sa quanto abbiamo bisogno di creatività e fantasia, i bambini e i pazzi ne sono colmi e gli artisti ne fanno la loro vocazione. Fare arte significa immaginare l’impossibile, sognare mondi sconosciuti, varcare la soglia del reale e del tempo, entrare nell’oceano infinito della creatività alla ricerca del sesto continente.

L’arte non è un mestiere per chi sa dipingere o scolpire, l’arte è un mestiere per sognatori, per coloro che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, e lo cambiano davvero! L’immaginazione è l’umile ma ostinata pretesa di poter cambiare le cose sognandole migliori.

Sono note le parole dello scrittore irlandese Gorge Bernard Shaw: C’è chi guarda alle cose come sono e si chiede “Perché?”. Io penso a come potrebbero essere e mi chiedo “Perché no!”.

L’artista si sa ha tanti difetti, ma una cosa è certa, non lo sentirete mai dire: Si fa così perché si è sempre fatto così! No questo non lo dirà mai. Il poeta è in attesa costante dell’imprevedibile, dell’arcobaleno di notte o di un corvo bianco. La sua capacità di visione può ribaltare completamente il nostro punto di vista e aprirci prospettive inimmaginabili capaci di infiammare il mondo e cambiare il corso della storia.

Quanta forza visionaria nelle parole di Steve Jobs: “Questo messaggio lo dedichiamo ai folli. A tutti coloro che vedono le cose in modo diverso. Potete citarli. Essere in disaccordo con loro, potete glorificarli o denigrarli, ma l’unica cosa che non potete fare è ignorarli. Perché riescono a cambiare le cose. E mentre qualcuno potrebbe definirli pazzi, noi ne vediamo il genio. Perché solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero!”.

Ci sono persone che hanno bisogno di un cammino battuto, un sentiero tracciato che indichi loro passo per passo la strada da seguire e pensano che solo seguendo punto per punto i manuali preconfezionati otterranno qualche risultato, come se ci fosse un’unica mappa ad indicare la strada.

Quanta bellezza nei versi di Machado: “Viandante sono le tue impronte la via e nulla più: Viandante non c’è un cammino, il cammino si fa camminando”.

Che differenza può esserci tra un pittore e un’artista? La stessa che c’è tra chi impara a fare la torta di mele e uno Chef. Oggi necessitiamo più di ieri dell’arte e degli artisti, abbiamo bisogno di visioni che non si lascino rinchiudere da una logica dominante, dai differenti pensieri unici che se la prendono con il pensiero unico! Ci avete fatto caso il pensiero unico dominante è sempre quello degli altri

E allora con le parole di Justine Hurwitz:

“Brindiamo ai ribelli, ai pittori, e ai poeti, brindiamo ai folli che sognano, pazzi quanto possono sembrare; Brindiamo ai cuori che soffrono, un po’ di follia è la chiave per darci nuovi colori da vedere e chi sa dove ci porterà questo? Ecco perché avete bisogno di noi. Quindi brindiamo ai ribelli, ai pittori, e ai poeti!”

Una melodia più bella


Una comunicazione capace di armonizzare voci distinte

Non basta gridare contro le tenebre, bisogna accendere una luce”.

Quanta forza e attualità in queste celebri parole pronunciate da San Nilo.

In questo tempo segnato da paura, sconcerto e insicurezza il nostro impegno come Unione Cattolica Artisti Italiani è quello di promuovere un’arte che si faccia portatrice di un messaggio di pace, speranza e verità, una risposta alle ideologie e ai populismi che tornano a confondere e a mentire chiudendoci il cielo con una cappa di sfiducia e paura.

Dopotutto la parola latina per arte è “ars” – la radice “ar” può essere tradotta con i termini “congiunzione”, unione, gli artisti sono i maestri dell’armonia, l’armonia è la scienza dell’equilibrio tra gli opposti. L’arte è la più alta forma di comunicazione e se illuminata da una sapienza onesta, audace e creativa può costituire un potente mezzo di verità e di anti-propaganda; nazionalismi, dittature e regimi totalitari si sono diffusi e instaurati attraverso una comunicazione pervertita e menzognera.

Abbiamo bisogno di una comunicazione che sappia armonizzare voci distinte, una comunicazione rivolta alla riconciliazione, al dialogo, alla comprensione e al perdono.  Non abituiamoci alla voce di un mondo che grida e fa coincidere diversità e conflitto! Dobbiamo evitare la dinamica degli estremismi e delle polarizzazioni perché la nostra epoca necessita di dialogo e di sintesi.

Come diceva Dante Alighieri: “il contrario di un errore non è la verità ma l’errore di segno opposto“. La verità è il sentiero stretto tra due errori di segno contrario. Le diverse dimensioni di un problema globale ci espongono alla tensione tra estremi. “Costruire ponti che favoriscano lo sviluppo implica il coraggio di conoscere le sponde e di attraversare il fiume turbolento delle divisioni e delle polarizzazioni“.

 

Guai a chi incita alla paura o la sfrutta!

La paura può farci diventare sconsiderati, aggressivi e irragionevoli; guai a chi incita alla paura o la sfrutta!

Martin Luther King disse: “Un giorno la paura bussò alla porta; Il coraggio andò ad aprire. Non c’era nessuno“. Dobbiamo fuggire come la peste la retorica dello scontro di civiltà; Non ci può essere bellezza se manca la piena consapevolezza del valore inestimabile d’ogni essere umano, la bellezza è il faro che illumina la dignità, la fragilità, la sacralità di ogni essere vivente.

Il crollo delle Torri Gemelle e l’arrivo della crisi economica hanno favorito il populismo anche fra i credenti; la semplificazione e l’impoverimento culturale non aiuta a discernere i segni dei tempi. In un contesto dove mancano valori di riferimento, diventa più facile trovare elementi di divisione più che di coesione. Non ha più molto senso oggi parlare di destra e di sinistra, mi è piaciuto a tal proposito quello che ha scritto Jean Paul Michéa: “La destra del denaro e la sinistra dei valori si incontrano al centro, luogo degli affari e del potere”.

È grave la diffusione e la banalizzazione dell’egoismo a cui siamo arrivati…è ancora più grave che anche tanti cattolici sono ingannati su questo: “Prima gli Americani“, “Prima gli Italiani“, Prima io, Prima io! Siamo cristiani! Com’è possibile che ci facciamo confondere così!

Negli Atti degli Apostoli (10, 34-35) San Pietro dice: “In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto”.

Tanti Padri della Chiesa lo hanno ribadito: meglio essere cristiani senza dirlo, che proclamarlo senza esserlo.

Oggi ancor più di ieri è indispensabile l’informazione e la conoscenza per poter distinguere la competenza e l’onestà intellettuale dalla semplicioneria e dalla mala fede. Dobbiamo saper riconoscere la cialtroneria per poterla smascherare; Non è democrazia quella che mette sullo stesso piano d’informazione la competenza e la cialtroneria, il sapere affidabile e le idee inaffidabili, dando loro uguale autorevolezza. Presentare competenza e incompetenza sullo stesso piano non è mettere i cittadini in grado di decidere, è rendersi complici della dilagante disinformazione scientifica virale.

 

Le piattaforme sociali e l’arte che parla al cuore

Uno studio dimostra come i social media usano algoritmi per attivare emozioni come la rabbia, l’indignazione e la paura che portano a restare connessi e attivi; veleni e rabbia generano molto traffico e in tanti guadagnano con le fake news equiparate a notizie vere, qualcuno lo chiama algoritmo dello sciacallo, lo sciacallo si sa, lucra approfittando del malessere e dello smarrimento di tutti; la storia insegna: una menzogna ripetuta più volte diventa una verità, e questo lo sanno molto bene i poteri politici ed economici che applicano il divide et impera.

Perciò è necessario studiare, approfondire, comparare!

L’era della comunicazione rischia di coincidere con quella dell’incomunicabilità; e il boom delle informazioni a portata di click con la mancanza della sapienza necessaria per leggere e raccontare il senso di ogni storia.

Ripeteva Lorenzo Milani ai suoi allievi: “Voi, non sapete leggere la prima pagina del giornale, quella che conta, e vi buttate come disperati sulle pagine dello sport. È chi comanda che vi vuole così, perché chi sa leggere la prima pagina del giornale sarà domani il padrone del mondo”.

Per avere successo bisogna semplicemente amplificare notizie semi-veritiere, viralizzandole e facendole diventare cultura condivisa…prova poi a convincere del contrario quei 500 mila utenti che hanno condiviso un post di dubbia veridicità. Le bugie e l’odio non sono certo nati con il web ma non possiamo sottovalutare l’incremento nella sua diffusione senza controllo.

Il primo areopago del tempo moderno è rappresentato dalle piattaforme online che attraverso i mezzi di comunicazione sociale stanno unificando l’umanità rendendola un villaggio globale. La realtà cede il passo a ciò che di essa viene mostrato. Perciò la ripetizione continua di informazioni scelte diventa un fattore determinante per creare un’opinione considerata pubblica.

Tutto questo ci dà la misura della nostra responsabilità e ci invita ad una nuova creatività per raggiungere quelle centinaia di milioni di persone che dedicano quotidianamente buona parte del loro tempo alle comunicazioni sociali su internet. Queste recenti immense potenzialità costituiscono una sfida decisiva per il mondo di oggi e la posta in gioco è di grande importanza.

Dobbiamo evitare di strumentalizzare le grandi questioni come l’immigrazione, l’accoglienza o i diritti sociali per riaffermare sempre e solo specifiche convinzioni personali ricorrendo a numeri fasulli e letture faziose e semplicistiche dei fatti. Ovviamente i politici sono i primi chiamati in causa perché la loro voce può produrre con effetto esponenziale legioni di odiatori, specie in Paesi segnati dall’analfabetismo funzionale.

Papa Francesco ci ha proposto la figura di Orfeo a modello; Orfeo, per fuggire al canto ammaliatore delle Sirene, intonò una melodia più bella; contro le urla dirette allo stomaco ci servono melodie che parlano al cuore…Orfeo suonò la sua lira, con tanta arte e veemenza che persino le sirene si fermarono ad ascoltarlo. “Ecco il vostro grande compito: rispondere ai ritornelli paralizzanti del consumismo culturale con scelte dinamiche e forti, con la ricerca, la conoscenza e la condivisione”.

 

ANDREA BOCELLI: il talento è un dono.


Non sono molti gli artisti che vivono il proprio dono come una responsabilità, come un talento affidato da far fruttificare piuttosto che come un merito personale. Uno di questi è il maestro Andrea Bocelli che ho avuto l’onore di conoscere tre giorni fa in occasione dell’inaugurazione degli Europei di calcio. Abbiamo parlato a lungo di fede, di arte, di vita… è stato illuminante!

Andrea Bocelli ha espresso più volte questi concetti:

“Il mio è anche un messaggio di fede, anche dietro alla mia vita, come dietro alla vita di ciascuno, io penso che ci sia una regia precisa. Anche il talento non è un merito personale ma un dono. Ogni vita è una storia a sé che risponde ad una regia precisa…la mia vita è servita se non altro a spiegare a me stesso che non c’è niente per caso nella vita. Senza la fede è difficile dare un senso alla vita. Senza la fede il nostro transito terreno è una tragedia annunciata che, nel migliore dei casi, termina con la vecchiaia, la malattia e la morte. Ho iniziato allora una ricerca perfino spasmodica, che alla fine, grazie a Dio, ha dato buoni frutti”.

I veri artisti come Andrea Bocelli sono emissari di un altro mondo, diffondono la notizia di un altro regno e ci invitano ad elevarci risvegliando nell'essere umano ciò che c’è di più umano! Paul Klee paragona la vita di un'artista a quella di un albero: "...nella sua funzione di tronco, egli non può fare altro che raccogliere ciò che gli viene dalle profondità e trasmetterlo più lontano. Egli dunque fa solo da mediatore: non rivendica la bellezza del fogliame, perché essa è soltanto passata attraverso di lui".

È bellissima questa immagine dell'albero perché svincola totalmente l'artista dalla vanità del proprio successo, mi viene in mente il paragone evangelico del servo inutile che si limita a compiere ciò che è chiamato a compiere, senza per questo gonfiarsi di orgoglio e autocompiacimento.

Ve lo immaginate un melo che si vanta delle proprie mele, o una quercia piena di sé per aver prodotto delle ghiande! L'acqua bagna, il fuoco brucia e gli artisti producono bellezza, è nella natura delle cose!

Grazie maestro per la tua testimonianza, non la scorderò!















Dorian Grey e i Social Network

                                                                     DORIAN GREY

Diventeremo "di buon grado vigliacchi pur di acquistare così la reputazione di essere coraggiosi". Queste parole scritte da Pascal rappresentano un paradosso che esprime tragicamente l'ipocrisia dell'uomo alla quale nessuno è immune. L'onore non coincide con la reputazione; l'onore dipende dalle virtù della persona, non da quello che altri pensano. La nostra società senza onore, è basata sulla reputazione; eppure come ha scritto Cechov, "l'onore non si può togliere si può solo perdere".

È vero che in ogni epoca l'uomo ha subito l'influenza del narcisismo e dell'apparire ma oggi, immerso costantemente nella comunicazione telematica, vive tutto questo all'ennesima potenza. Siamo arrivati a preoccuparci maggiormente di dare alle persone un'immagine felice della nostra vita piuttosto che preoccuparci della felicità stessa della nostra esistenza.

Indossare pantaloni firmati Armani, appendere nel proprio salone un Dalì e bere Chardonnay per molti è più importante di vestire bene, arredare la casa con gusto e godersi un buon vino.

Dorian Grey nell'omonimo capolavoro di Oscar Wilde chiede all'amico pittore di immortalare sulla tela la sua immagine nel momento di massimo splendore affinché tutti ne possano ammirare la bellezza; se ne innamora poi al punto di crederla più importante della sua stessa anima. Vende allora la bellezza della sua anima e quindi della sua autentica persona in cambio della bellezza del suo apparire.

Oggi il rischio è che lo schermo del computer o del telefono sostituisca la tela del ritratto di Dorian Grey e che il Web seducendoci con tutte le sue piattaforme sociali diventi feticcio dell'immagine che vogliamo dare di noi stessi.

Cartesio disse nel 1600 :"Ego cogito, ergo sum, sive existo" (Io penso, dunque sono, ossia esisto), oggi potremmo dire Web ergo sum, comunico nel Web dunque esisto!

Ma cosa importa veramente, essere felici o sembrare di esserlo? Rimango sempre colpito dalla notizia improvvisa del suicidio di una persona di successo di cui nessuno avrebbe potuto immaginare la disperazione.

Non si vede bene che con il cuore, parafrasando il Piccolo Principe potremmo dire che l'essenziale è invisibile al Web; c'è ancora qualcuno disposto a crederlo?

Chi di noi sarebbe disposto ad essere reputato vigliacco pur di essere in cuor suo coraggioso? Chi accetterebbe di essere giudicato come un bugiardo e un falso pur di perseguire la verità e la giustizia?

C'è qualcuno capace di caricarsi l'accusa di malvagio e apparire tale agli occhi del mondo per essere veramente buono?

Nel capitolo 53 del libro del Profeta Isaia è scritto:

“3 Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia; era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.

4 Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori; e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato.

5 Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti.

6 Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il Signore fece ricadere su di lui l'iniquità di noi tutti.

7 Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca”.

 

Il Naufragio degli Indifferenti

Caro Papa Francesco, in questo quadro ho voluto marcare l’identificazione di Cristo con i migranti e forestieri che attraversano il mare e bussano disperatamente alle nostre porte.

L’amore di Cristo ha sempre prediletto gli ultimi, gli scartati, facendosi prossimo a coloro che pagano l’ingiustizia di un mondo iniquo; la crocifissione è come disegnata dalla schiuma del mare, la stessa schiuma che ha sepolto tanti uomini, donne e bambini.

Cristo appare ai naufraghi come un faro luminoso nella notte oscura delle acque.

Questo dipinto rende inequivocabile e immediato il forte messaggio: La carità è il centro del vangelo; ogni uomo è fratello di Cristo, per cui ogni atto d’amore viene fatto o negato a Cristo; vedere Cristo in chi ci passa accanto è una grazia da chiedere insieme al dono delle lacrime per le vittime dei naufragi.

«Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me».

Questa è la mia preghiera dipinta Santo Padre: che Cristo salvi l’umanità naufragata nel peccato dell’indifferenza!

























Con i Giovani Cambiamo il Mondo

 



E’ bello vedere come ormai da tempo i giovani siano tornati in prima linea nella protesta contro sopraffazioni e ingiustizie, denunciando le corruzioni dei governi e delle élite finanziarie ossessionate dalla speculazione e dal lucro che comanda sull’umanità schiava dell’accumulo e del consumo; saranno i sedicenni scesi in piazza a guidare il mondo tra pochi anni; mai il mondo è stato così giovane, siamo 7,7 miliardi e il 41 % ha meno di 24 anni.

I giovani lo hanno capito, si guarda sempre ai fini politici, ma troppo poco alle persone! Sono loro a ricordarci che la speranza non è utopia, sono stanchi di essere spettatori, vogliono essere protagonisti; sognano un mondo che vuol progredire senza corruzione, repressione e ignoranza, un mondo dove la dignità dell’umano sia posta al centro! 

E’ l’ansia di vivere in profondità ad accomunare giovani e artisti, il desiderio di vita autentica e di pienezza, la sete di senso della vita!

I giovani come gli artisti non vogliono accontentarsi di una vita comoda, conformista e borghese, alimentata da narcisismo e avidità.

 

Le nuove generazioni hanno intuito che il denaro deve servire e non dominare ma forse, in fondo, privilegiano ancora la dimensione dell’avere piuttosto che quella dell’essere, vittime di una società fondata sul possesso di cose di successo, di visibilità e di potere.

Come evitare che i giovani si convertano domani negli adulti che oggi disapprovano?

Come trovare la visione antropologica che segnerà il cammino verso altri modi di intendere l’economia, la crescita e il progresso? Quale può essere il contributo della cultura?


L’educazione è una dimensione trasversale che tocca tutti gli ambiti e le dimensioni della vita dell’uomo, perciò siamo convinti che gli artisti attraverso progetti concreti di Pace e di Bellezza possano dare il loro prezioso contributo a favore di un’alleanza basata sul dialogo con chi si sente corresponsabile dell’umanità e della creazione e desidera consegnare alle giovani generazioni una casa comune più solida e fraterna.


Cultura è ciò che coltiva, che fa crescere l’umano, per una necessaria e coraggiosa inversione di rotta è indispensabile partire da una presa di coscienza che ci riporti all’essenziale, a ciò che vale, a ciò che è autentico e pieno di senso; solo così potremo rivedere il nostro modo di essere e di pensare.

Dobbiamo lavorare per un’economia, un’istruzione e una politica basate sull’idea di virtù, sull’idea che la felicità non è egoismo, ma condivisione e relazione.

 

Con i giovani e per i giovani possiamo cambiare il volto di questo mondo; E’ urgente rieducare i giovani alla bellezza, che sarà faro e guida della loro profonda sete d’infinito, di verità e di giustizia.

 

La bellezza suscita la nostalgia di un’esistenza più perfetta, ci ricorda che alle nostre vite qualcosa manca, qualcosa che non è possibile colmare con l’abbondanza materiale.

L’arte può aiutare i giovani a riscoprire il Sacro, superando la tiepidezza spirituale. La bellezza suscita il desiderio sopito di Dio, ci spinge a metterci in cammino e ci porta a scoprire il nostro comune destino.

Davanti ad un mondo anestetizzato da un’indifferenza che non permette più di vedere le sofferenze degli scartati, né di ascoltare il loro grido di dolore, davanti a tutti gli esclusi che spesso non hanno più nemmeno voce, come artisti sentiamo il bisogno di fare qualcosa, attraverso l’arte possiamo aprire orizzonti di speranza dove sembra non ce ne siano più e così contribuire ad alleviare le ferite e le ingiustizie di una società inferma.

 

Per fare questo però abbiamo bisogno dei giovani, abbiamo bisogno di artigiani di giustizia e pace, di paladini di bellezza e solidarietà, di poeti e profeti, capaci di sognare in grande con uno sguardo che sappia leggere nel profondo la sete degli uomini per costruire insieme la “civiltà dell’amore”.

Invece della lotta politica, la coscienza di classe, tutte le manifestazioni e ‘ste fesserie, bisognerebbe ricordare alla gente cos’è la bellezza, aiutarla a riconoscerla, a difenderla…la bellezza è importante!” (Peppino Impastato)