ARTE A MOSCA OLTRE LA PROPAGANDA: Non solo carri armati, la Russia che ho incontrato, tra istituzioni e persone


È trascorso un anno da quei giorni di settembre 2025 in cui mi recai a Mosca per presentare la mostra La Bellezza di Cristo salva il mondo e fino ad oggi ho scelto di non tornare pubblicamente sulla vicenda.

Qualche giorno fa, il 1° settembre 2026, esattamente un anno dopo quei fatti, la vicenda è tornata all’attenzione pubblica attraverso un’inchiesta del giornalista russo Valery Panyushkin, realizzata per il progetto investigativo “Sistema” e pubblicata da Radio Svoboda, con il titolo «Танки вместо Христа. Как в Москве обманули итальянских пацифистов» (“Carri armati al posto di Cristo”).

Leggi l’inchiesta di Valery Panyushkin su Radio Svoboda

Ho letto con attenzione il lavoro di Panyushkin e non intendo né sconfessarlo né entrare in polemica con il giornalista. Al contrario, riconosco il valore di aver riportato l’attenzione su una vicenda che, per molti aspetti, era rimasta poco conosciuta. Proprio per questo, però, sento oggi il dovere di aggiungere alla ricostruzione un elemento che nessun articolo può restituire pienamente: il senso della mia presenza in Russia e l’autentica intenzione che mi ha spinto a intraprendere quella missione.

L’inchiesta racconta soprattutto una vicenda istituzionale, le contraddizioni che ho incontrato e i rapporti tra alcune delle persone e delle organizzazioni coinvolte. Sono aspetti che fanno parte della storia e che non intendo nascondere. Ma quella non è tutta la mia storia. A Mosca ho incontrato due realtà profondamente diverse: da una parte le istituzioni, con le loro logiche, le loro contraddizioni e le loro rigidità; dall’altra le persone, con la loro umanità, la loro fede, le loro domande e la loro capacità di accogliere. Confondere queste due esperienze significherebbe cancellare una parte essenziale di ciò che quella missione mi ha insegnato.

Per me, Mosca è stata innanzitutto il luogo di un incontro umano e spirituale. Un incontro nel quale, insieme alle contraddizioni e alle delusioni, ho conosciuto anche qualcosa di profondamente diverso: l’accoglienza, l’amicizia, la commozione e il desiderio sincero di dialogo di tante persone russe che ho incontrato attraverso l’arte e attraverso la fede.

È questo il motivo per cui sento il bisogno di raccontare oggi, a un anno di distanza, ciò che realmente accadde, nella sua interezza, ben consapevole che una missione nata con un’intenzione di pace non può essere compresa se la si osserva soltanto attraverso la lente della polemica istituzionale. Fu una situazione molto più complessa: fu il tentativo, imperfetto e certamente contraddittorio, di continuare a parlare di Cristo, di pace e di fraternità proprio quando le circostanze sembravano rendere quel messaggio ancora più difficile.

È questa la storia che vorrei consegnare oggi. Perché quella missione non si è esaurita con i carri armati al posto di Cristo. Per me, comincia proprio lì la parte più difficile, sorprendente e autentica del racconto:


La  mostra “La Bellezza di Cristo Salva il Mondo”, che ho curato a Mosca nel settembre 2025 insieme ad Anna Usova, è stata un’esperienza complessa, intensa e per molti aspetti unica, che desidero condividere senza nasconderne le difficoltà e cercando di evitare le semplificazioni. La mostra ha riunito oltre sessanta artisti provenienti da quindici Paesi diversi, accomunati dal desiderio di offrire, attraverso il linguaggio potente dell’arte contemporanea, una riflessione intensa e luminosa sulla figura di Cristo, “il più bello tra i figli dell’uomo”.

Come artista libero e indipendente ho avvertito il bisogno di mettermi in gioco personalmente. Dopo aver promosso, insieme alla Fondazione Pontificia Scholas Occurrentes, una grande mostra d'arte in Vaticano a sostegno dell'accoglienza dei profughi ucraini, inaugurata anche alla presenza di Papa Francesco, per raccogliere fondi destinati alle donne e ai bambini colpiti dalla guerra, ho maturato la convinzione che fosse necessario fare un passo ulteriore: cercare un contatto diretto con il popolo russo, nella convinzione che proprio nei momenti di maggiore tensione sia necessario mantenere aperti gli spazi del dialogo. Desidero chiarire con assoluta nettezza che questa scelta non è stata in alcun modo una forma di compiacenza o di piaggeria nei confronti del potere politico. Al contrario, si è trattato di un’iniziativa totalmente indipendente, realizzata a nostre spese, che proprio per la sua natura libera si è posta in una posizione scomoda.

Cercherò di ricostruire questa vicenda senza appesantire il racconto, ma mantenendo quei passaggi essenziali che ne hanno segnato il significato più profondo e che fanno di questa esperienza qualcosa di indubbiamente unico nel suo genere: ho visto le contraddizioni, ho incontrato il potere e ho incontrato il popolo, e ho scelto di raccontare entrambi.

Tutto è nato da un'idea che ho voluto condividere con l'amica Anna Usova, artista russa residente da molti anni in Italia, la quale ha accolto fin da subito il progetto con entusiasmo, decidendo di sostenerlo e di collaborare attivamente alla sua realizzazione. La nostra iniziativa voleva essere anzitutto un segno di pace, un gesto concreto di fiducia nell'uomo e nella forza del dialogo che partisse dall’autentica Bellezza della nostra fede condivisa con i fratelli Russi. Con nostra grande sorpresa, e nonostante la particolare delicatezza del contesto internazionale, la proposta ha ricevuto un'accoglienza favorevole anche da parte di tre realtà russe. Ciò è stato possibile grazie ai rapporti personali che Anna, aveva costruito negli anni con alcune istituzioni e associazioni culturali del suo Paese: il "Fondo Russo per la Pace di Mosca", l'Associazione "Sorgente della Speranza" di San Pietroburgo e l' "Accademia INVA, Centro Scientifico e Riabilitativo di Krasnodar".


Inizialmente la mostra si sarebbe dovuta tenere presso il Palazzo delle Nazionalità di Mosca (Moskovskij Dom Natsionalnostey). Nella stessa sede era prevista anche la tavola rotonda e l’evento inaugurale, con momenti di riflessione e di confronto aperti alla dimensione culturale e a quella spirituale.

Giungemmo a Mosca il 1° settembre, con mia moglie e altri sette amici artisti, al termine di un viaggio lungo e complesso, che aveva previsto anche una prolungata sosta a Yerevan, in Armenia. Il giorno precedente l'inaugurazione allestimmo la mostra presso il Palazzo delle Nazionalità di Mosca, montando oltre sessanta dipinti. Per contenere i costi, avevamo trasportato tutte le opere a nostre spese, ripiegate e prive di telaio e cornice all'interno delle nostre valigie; solo una volta arrivati a Mosca furono nuovamente intelaiate e incorniciate. La sera stessa dell’allestimento, a poche ore ormai dall'inaugurazione fissata da molti mesi per il giorno successivo, ricevetti una telefonata dalla mia amica Anna. Era profondamente scossa. Mi raccontò che un alto funzionario, rappresentante della Duma, si era recato al Palazzo delle Nazionalità per visionare l'esposizione e che, dopo averla osservata, aveva disposto l'immediata rimozione di tutte le oltre sessanta opere raffiguranti Cristo, impedendone di fatto l'inaugurazione della mostra La Bellezza di Cristo salva il mondo. Ci venne tuttavia comunicato che il giorno seguente saremmo stati comunque attesi per la tavola rotonda già prevista, durante la quale avremmo potuto confrontarci con i rappresentanti delle istituzioni e delle associazioni coinvolte. È difficile descrivere lo smarrimento e la delusione che provammo. Dopo mesi di preparazione, sembrava essersi tutto infranto nel giro di pochi minuti. Anche i rappresentanti delle associazioni russe che avevano sostenuto il progetto vivevano una situazione di grande imbarazzo; erano sinceramente dispiaciuti, ma non avevano alcun potere decisionale sulla vicenda.

Superato il primo momento di sconforto, decidemmo di non interrompere il dialogo e di partecipare comunque alla tavola rotonda. Sentivamo il dovere di comprendere quanto fosse accaduto e speravamo almeno di poter recuperare le nostre opere. 


La mattina seguente, dopo una notte praticamente insonne, ci attendeva un’ulteriore e dolorosa sorpresa. Non solo i nostri dipinti raffiguranti Cristo erano stati rimossi, ma gli spazi che fino alla sera precedente ospitavano la mostra La Bellezza di Cristo salva il mondo erano stati completamente riallestiti con opere pittoriche dedicate all’ottantesimo anniversario della vittoria sovietica sul nazifascismo: carri armati, aerei militari, soldati in trincea e scene celebrative della guerra. L’impatto fu per noi profondamente disorientante. Attraversare quei corridoi per raggiungere la sala in cui si sarebbe svolta la tavola rotonda significava confrontarsi visivamente con un messaggio radicalmente diverso da quello che avevamo portato a Mosca. Eravamo partiti con il desiderio di parlare della bellezza di Cristo, ci trovavamo invece immersi in un contesto nel quale la memoria della vittoria militare occupava ormai l’intero spazio espositivo.

L'incontro, durato oltre due ore e accompagnato dalla traduzione simultanea, ci permise di ascoltare gli interventi delle autorità e delle rappresentanze culturali russe e, allo stesso tempo, di presentare il significato autentico del nostro progetto. Le parole che pronunciai in quell'occasione, oggi consultabili integralmente sul mio blog personale ( discorso integrale ), mi uscirono con un nodo alla gola. Erano il tentativo sincero di ricondurre il dialogo al cuore della nostra presenza a Mosca: testimoniare, attraverso la figura di Cristo e il linguaggio universale dell'arte, un messaggio di pace, riconciliazione e speranza. Sottolineai che ogni patria coltiva il proprio patriottismo e ogni nazione il proprio nazionalismo, ma che, se non si è capaci di andare oltre il proprio particolare interesse, l'umanità è destinata, ancora una volta, a ripercorrere la strada della distruzione e della guerra.

Come potete facilmente immaginare, dal confronto emersero visioni profondamente differenti su numerosi temi. In più occasioni, l'incontro fu utilizzato dai rappresentanti istituzionali per richiamare le celebrazioni dell'ottantesimo anniversario della vittoria sovietica sul nazifascismo, conferendo al dialogo una marcata dimensione politico-celebrativa. Le vittorie del passato venivano così evocate come chiave interpretativa delle attuali vicende che vedono la Russia coinvolta nel conflitto in Ucraina. Una cosa, tuttavia, riuscii a ottenerla dai rappresentanti delle istituzioni presenti: un esplicito apprezzamento per il fatto di esserci messi in cammino per ascoltare direttamente la voce dei russi, senza limitarci ai soli canali d'informazione europei, da loro considerati espressione della propaganda occidentale.


Proprio quando sembrava che ogni possibilità di esporre le nostre opere fosse definitivamente svanita, quella stessa sera ricevemmo una telefonata del tutto inattesa. Un rappresentante di una delle associazioni russe che avevano sostenuto il progetto ci comunicò che, dopo essersi attivato personalmente, era riuscito a individuare una sede alternativa in cui allestire la mostra. L'esposizione avrebbe così trovato una nuova casa presso l'edificio «Алмазный мир» (Mondo del Diamante), in via Smol'naja 12. Quella telefonata segnò l'inizio di un secondo capitolo della nostra esperienza russa, del tutto inatteso e, sotto molti aspetti, ancora più significativo del primo. La nuova inaugurazione si svolse in un clima completamente diverso da quello inizialmente previsto. La nuova sede, infatti, non era soltanto uno spazio espositivo, ma anche un luogo di lavoro pubblico, frequentato quotidianamente da moltissime persone. Proprio questa circostanza, che inizialmente poteva sembrare una soluzione di ripiego, si rivelò invece una straordinaria opportunità: molte persone, che probabilmente non avrebbero mai cercato una mostra d'arte, entrarono in contatto con le nostre opere, si fermarono ad osservarle, ascoltarono le nostre parole e lessero i messaggi che accompagnavano ciascun dipinto. Tra questi, colpì particolarmente la frase in lingua russa posta accanto a una raffigurazione di Cristo: «Il Dio della Pace ci dice: amate i vostri nemici, perdonate i vostri persecutori». Parole semplici e radicali, che in quel contesto assumevano un significato ancora più profondo.

Molti dei visitatori manifestarono commozione e sincero interesse, non soltanto per il valore artistico delle opere, ma soprattutto per il messaggio di pace, riconciliazione e speranza che attraverso di esse desideravamo trasmettere. La giornata si concluse in un clima di gioia e spontaneità. I canti e le danze tradizionali russe si intrecciarono con il desiderio di condividere anche alcune melodie italiane e spagnole, creando un momento di autentica amicizia e fraternità. Ancora una volta potemmo sperimentare personalmente la straordinaria ricchezza umana del popolo russo: la profondità delle persone incontrate, il loro calore e la sincera capacità di accoglienza. Al tempo stesso, toccammo con mano anche il potere dell'arte di creare legami, abbattere le distanze e unire gli uomini al di là delle differenze culturali, politiche e nazionali.


Nella nostra proposta espositiva abbiamo voluto offrire una sintesi visiva e interiore di sentimenti solo apparentemente contrapposti, che trovano la loro piena unità nel mistero pasquale della Redenzione: dal dolore estremo, accolto e offerto per amore, fino alla luce gloriosa della Risurrezione. È un cammino che attraversa la notte del mondo per giungere alla sua aurora, secondo l'antico ma sempre attuale motto Per crucem ad lucem. È la luce del Cristo risorto che illumina perfino la ferita, trasformandola in luogo di speranza. Nei giorni successivi, fino alla conclusione della mostra il 15 settembre, decine e decine di persone visitarono l'esposizione. Questo ci riempì di gioia, perché il nostro intento più profondo non era soltanto quello di dialogare con le istituzioni, ma soprattutto incontrare il cuore delle persone, portando attraverso l’arte un messaggio universale di bellezza, pace e speranza capace di superare confini e ferite.

In fondo, abbiamo sperimentato in prima persona qualcosa di molto vicino a quanto affermato da Yulia Naval’naja, moglie di Aleksej Navalnyj, in una bella intervista che mi ha profondamente colpito. Naval’naja ha dichiarato con grande chiarezza che oggi «tra i russi esiste un desiderio di pace, ma a prevalere è la propaganda».


La nostra esperienza in Russia ci ha mostrato proprio questa complessità: da una parte il peso dei condizionamenti istituzionali e delle narrazioni ufficiali, dall’altra il volto concreto delle persone incontrate, la loro capacità di ascolto, la loro commozione davanti a un messaggio di pace e il loro desiderio di incontro. È nella distanza tra queste due realtà che abbiamo trovato il senso più profondo del nostro viaggio.


Le parole che più mi hanno toccato sono state quelle dedicate al significato più autentico dell’eredità lasciata da Navalnyj: «Navalnyj lottava invitando a non odiare, per non diventare simili a coloro contro i quali combatteva. Il suo appello era a non odiare i propri persecutori, ma a costruire un mondo in cui la pace si affermi insieme alla libertà, alla verità, alla giustizia e persino alla bellezza: per dare vita alla bellissima Russia del futuro».

In fondo, è stato proprio questo lo spirito che mi ha spinto a partire per la Russia, assumendomi anche dei rischi personali non indifferenti. La nostra missione è stata quella di testimoniare con forza che esiste un’alternativa alla spirale del riarmo incondizionato che ci trascina verso lo scontro frontale, dal quale tutti usciremmo sconfitti. Una cosa è certa, quando domani i figli dei nostri figli sfoglieranno nei libri di storia le pagine più drammatiche e cruciali di questi anni difficili e sanguinosi, potremo raccontare loro di aver provato a dare il nostro piccolissimo contributo al dialogo, coinvolgendoci in prima persona per guardare negli occhi i nostri interlocutori e proporre loro una via diversa dallo scontro: la via della bellezza, dell’incontro, dell’ascolto.

Non credo che gli artisti possano risolvere i conflitti politici, ma credo profondamente che possano custodire uno spazio umano nel quale l’altro non venga ridotto alla semplice categoria di nemico. La bellezza, quando è autentica, non cancella le ferite della storia, ma impedisce che esse abbiano l’ultima parola. Questa è stata la ragione della nostra partenza e questo è ciò che abbiamo cercato di testimoniare a Mosca. Siamo ben consapevoli di non avere avuto dalla nostra argomenti forti, se non il desiderio sincero di tentare una risposta all’interrogativo di Dostoevskij: quale bellezza salverà il mondo? Sappiamo bene che la sete inesauribile di bellezza che abita ogni cuore umano trova compimento solo nello splendore dell’amore che salva, rivelato nel volto divino. Senza questa bellezza l’umanità non può vivere. La figura di Cristo ridesta in noi la memoria più profonda di ciò che siamo chiamati a essere: guarisce le ferite, ispira il perdono e genera comunione. Abbiamo affidato all’arte il compito di varcare confini aprendo spazi di dialogo e il linguaggio della bellezza, si è rivelato, ancora una volta una forza capace di restituire speranza al mondo e di custodire la dignità e la sacralità di ogni uomo.

Francesco Astiaso Garcia