Dove si Nasconde la Grazia?

 


Questa mattina ho trovato su internet una riproduzione della famosa icona del Cammino Neocatecumenale dipinta dal pittore spagnolo Kiko Arguello.

Il confronto tra questi due dipinti ci offre l'occasione di interrogarci sul senso della bellezza e della grazia. Cosa distingue veramente l'icona originale dalla copia in questione?

L’autore della riproduzione, pur esibendo una discreta padronanza tecnica, sembra aver voluto "correggere" presunte imperfezioni. Ne risulta un’immagine della Vergine con il Bambino eccessivamente leccata, "pulita" e quasi stucchevole, che tuttavia smarrisce completamente la grazia dell’originale.

A questo punto è d'obbligo la domanda: dove si nasconde la grazia? Come si manifesta l’arte?

 Troppi pittori coltivano l'illusione che per generare un'opera d'arte basti padroneggiare matite e pennelli, perseguendo linee corrette, sfumature morbide e forme nitide. Ma l’arte abita altrove. Il confronto tra queste due icone è, in tal senso, emblematico della confusione che spesso circonda il concetto di tecnica: essa non è la semplice somma di nozioni teoriche su colore e disegno; se intesa solo in questo modo, rischia di diventare un ostacolo all'espressione artistica anziché un mezzo.

C’è poi chi si illude che per realizzare un capolavoro sia necessario investire fortune in colori rari e pennelli pregiati. Ma la verità è che gli strumenti non fanno l'artista. Potremmo anche spendere un milione di euro per un pennello le cui setole fossero realizzate con un ciuffo biondo di capelli di Donald Trump: il risultato non cambierebbe di una virgola.

Anche il concetto di "buona mano" appare limitante. Basti pensare a Renoir: realizzò alcuni dei suoi più grandi capolavori nell'ultima fase della vita, quando l’artrite reumatoide gli aveva deformato mani e braccia a tal punto da costringerlo a legarsi i pennelli alle dita. Non era la mano a dipingere, ma la sua anima.

L’arte appare quando, sorprendentemente, il caos si organizza e trova una relazione armoniosa. È un miracolo che non ammette ricette né trucchi: per compierlo, occorre, semplicemente, essere artisti.

Francesco Astiaso Garcia





CREDERE PER VEDERE

 

Chiara Maria e la Grande Bellezza


«Finisce sempre così. Con la morte. Prima, però, c’è stata la vita, nascosta sotto il bla bla bla bla bla. È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore. Il silenzio e il sentimento. L’emozione e la paura. Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile. Tutto sepolto dalla coperta dell’imbarazzo dello stare al mondo. Bla. Bla. Bla. Bla. Altrove, c’è l’altrove. Io non mi occupo dell’altrove. Dunque, che questo romanzo abbia inizio. In fondo, è solo un trucco. Sì, è solo un trucco».

Con questo monologo si chiude "La Grande Bellezza" di Paolo Sorrentino. Il protagonista, Jep Gambardella, è un esteta per vocazione che ha consumato i suoi giorni immerso, e infine sommerso, da una "grande bruttezza". In lui, l’imbarazzo di stare al mondo è costantemente dissimulato dalla vanità, dalla meschinità e dalla finzione sociale. Le sue parole esprimono l’angoscia di una bellezza mancata, un cinismo che non è ancora disperazione, ma che tradisce il rimpianto di non aver mai afferrato l'esperienza autentica della vita, proprio ora che l'ineluttabile destino della morte si fa prossimo.

Questo dialogo mi ha toccato profondamente perché, proprio nei giorni in cui rivedevo il film, leggevo il libro "Credere per Vedere" di Massimiliano Giglio. Il testo narra la luminosa testimonianza di Chiara Maria, una ragazza che conoscevo di vista, scomparsa qualche anno fa, a soli 25 anni a causa di un tumore.

Posta davanti al medesimo orizzonte della fine, Chiara Maria ha abitato il dolore con parole opposte a quelle di Jep. Se per Gambardella la vita è un "trucco" e l'altrove è un territorio ignoto di cui non occuparsi, per Chiara Maria la fine è diventata l'inizio di una visione più limpida. Il suo vissuto testimonia una Bellezza che non è uno "sprazzo incostante", ma una presenza solida che dà senso allo squallore. Nelle sue ultime riflessioni, Chiara Maria scriveva:

«Perché ci affanniamo a cercare di fare più soldi, di avere per forza un bell'aspetto, di avere la salute, di essere intelligenti e non capiamo che Dio ci ama per quello che siamo? La malattia mi ha aperto gli occhi sulle priorità della vita, su ciò che è importante per davvero, su cosa significa davvero che la tua vita è nelle mani di Dio; ho capito che se non si chiede la Fede ogni giorno, ci si allontana facilmente».

Il confronto è bruciante. Da una parte abbiamo Jep, che si arrende al rumore di fondo della mondanità, ammettendo di aver cercato la Grande Bellezza senza mai trovarla. Dall'altra abbiamo Chiara Maria che, nel momento della massima fragilità fisica, spoglia l'esistenza dal "chiacchiericcio" e trova l'essenziale. Mentre Jep definisce la vita un artificio narrativo, Chiara Maria la riscopre come un dono che splende proprio quando vengono meno la salute e l'immagine. La differenza tra i due non sta nella sorte, comune a entrambi, ma nello sguardo: uno si ferma all'imbarazzo di esistere, l'altra ha il coraggio di credere per vedere.

Francesco Astiaso Garcia

Libertà per gli Oppressi

                                                


“LA LUCE SPLENDE NELLE TENEBRE 

E LE TENEBRE NON L’HANNO VINTA”


Siamo alle porte del Natale e si respira nel mondo una certa sfiducia verso un avvenire che si prospetta sempre più incerto. Di qui il tedio, l’angoscia, la noia, la nausea: questo pungolo assiduo dell’uomo che è stato tradito dalla modernità razionalista ma non sa tornare a Dio; ciò che resta è una disperazione senza via d’uscita, una paura che paralizza ogni impeto costruttivo. Quante relazioni ferite intorno a noi, quante persone non trovano soluzione alle loro fragilità, quanta divisione, quanta ostilità, chiusura, pregiudizio e non senso.

C’è evidentemente un urgente bisogno di salvezza. Ma che cosa significa davvero salvezza? È salvato colui che viene liberato da un male incombente. Ma chi salva, e da che cosa siamo salvati? Senza una lucida comprensione dell’uomo, le risposte oscillano tra l’idea che una salvezza autentica della persona umana sia superflua o, peggio, impossibile. Altri ritengono possibile e necessaria soltanto una salvezza esteriore, ridotta a un cambiamento delle strutture e delle condizioni sociali, politiche e culturali. Ma siamo davvero certi che questo sia sufficiente? Non è forse necessario un cambiamento più profondo, che parta dal cuore stesso dell’uomo?

Oggi si parla spesso della necessità di un nuovo umanesimo. Diventa quindi indispensabile chiarire che cosa sia propriamente umano. È significativa, a questo proposito, una celebre affermazione di Jacques Maritain: «Il vizio radicale dell’umanesimo antropocentrico è d’essere stato antropocentrico e non d’essere stato umanesimo».

Secondo Anassimandro, ogni nascita deve pagare il prezzo dell’ingiustizia che inevitabilmente produce. Cristo ha pagato per noi questo prezzo. La Buona Notizia consiste nella gratuità della grazia divina che si manifesta nell’incontro con una persona, Gesù Cristo, morto e risorto per la nostra salvezza. Accogliere questo annuncio significa accogliere la grazia divina, diventare capaci di amare come prima non ci era possibile, e sperimentare la felicità e la pienezza della vita, nell’attesa dei Cieli Nuovi e della Terra Nuova, dove la giustizia avrà stabile dimora.

Quando ho creduto a questo, la mia vita è cambiata.

La grazia ci libera dalla schiavitù dell’egoismo che ci costringeva a ripiegare tutto su noi stessi, imprigionati nella paura del futuro, della malattia e dell’incertezza. Ci libera dalla condanna di contare le nostre monete nel tentativo vano di esorcizzare il terrore della morte, dell’imprevisto e della precarietà dell’esistenza. Questa è la grande speranza alla quale siamo chiamati. L’unica, vera, grande speranza a cui ogni uomo è destinato. E non riguarda soltanto il cristianesimo, ma l’umanità nel suo insieme.

Scrive il poeta indiano Rabindranath Tagore:

Sono rotti i miei legami,
pagati i miei debiti,
le mie porte spalancate,
me ne vado da ogni parte.
Essi, accovacciati nel loro angolo,
continuano a tessere la pallida tela delle loro ore;
o tornano a sedersi nella polvere
a contare le loro monete,
e mi chiamano, e mi chiamano,
perché torni indietro.
Ma già la mia spada è forgiata,
già ho messo l’armatura,
già il mio cavallo è impaziente,
e io guadagnerò il mio Regno.

Lasciamoci sedurre dalla Bellezza più alta, dalla vera grande bellezza che supera la legge e il dovere ed entra nella dimensione della gratuità. Così diventeremo servitori disponibili a sperimentare il primato delle grazie spirituali e carismatiche sulle miserie e sulle paure del nostro tempo.

«Io desidero con tutto il cuore che un essere eterno e invisibile si interessi al mio destino, ma come fare per crederlo? Oh felice chi può, con vigorose piume, balzare verso le lande luminose e serene e, planando sulla vita, intendere senza pena il linguaggio dei fiori e delle cose mute».

Queste parole di Charles Baudelaire mi hanno sempre toccato perché esprimono con forza il desiderio dell’uomo di elevarsi al di sopra della realtà faticosa in cui vive, per aprirsi a una felicità che supera il mondo. Ogni uomo porta in sé questa sete profonda di vita e di verità. Baudelaire, decisamente antilluminista, possiede la struttura interiore di un mistico ed è sempre sul limite di quell’umiliazione esaltante che potrebbe spalancarlo alla Salvezza, se solo accettasse di essere compiuto da Altro, di fare spazio alla Grazia.

Accogliamo la Grazia del Natale e diventeremo capaci di far vibrare l’anima dei nostri fratelli con la stessa bellezza che ha incendiato il nostro cuore, offrendo loro un orizzonte bello, nuovo e sorprendente. La fede svela l’uomo a sé stesso, richiamandolo alle fondamenta della sua grandezza, alla verità profonda del suo essere e alla prodigiosa novità di Cristo, venuto a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione, ai ciechi la vista e a rimettere in libertà gli oppressi.

Buon Natale amici miei!

Francesco Astiaso Garcia

Una mia Mostra Permanente in Cina




Con mia grande sorpresa e profonda gratitudine ho ricevuto la notizia che il World Sinology Center (WSC) di Pechino ha deciso di onorare il mio lavoro in modo straordinario.

Una selezione di circa sessanta delle mie opere, precedentemente esposte in Cina lo scorso giugno, è stata riprodotta a grandezza naturale su tela. Queste opere hanno dato vita a una mostra personale permanente allestita negli spazi della prestigiosa sede del Centro.

Si tratta di uno di quei rari momenti in cui il percorso della vita, nella sua imprevedibile bellezza, supera inaspettatamente le più ottimistiche previsioni.

Il Centro Mondiale di Sinologia si dedica a costruire un ponte accademico e culturale tra la Cina e il resto del mondo. In un'epoca che necessita più che mai di connessioni significative, questo riconoscimento assume un valore che va ben oltre la gratificazione personale.

Non basta cercare equilibrio e armonia su una tela o su un foglio di carta. La vera sfida è portare quella stessa armonia nella vita reale: tra le strade del mondo, nei legami tra i popoli, nelle relazioni quotidiane tra le persone. Questo è il compito più urgente del nostro tempo: trasformare la bellezza in vita vissuta.

Francesco Astiaso Garcia









Anteprima del M A N I F E S T O "Pulchritudinis Studium Habentes"

 


Sono onorato di annunciare che martedì prossimo, 2 dicembre, alle ore 18:00, presso la prestigiosa Galleria La Pigna, presenterò l'anteprima del mio M A N I F E S T O "Pulchritudinis Studium Habentes".

Questo evento si inserisce nel contesto della decima edizione del FESTIVAL DELLE ARTI, interamente dedicato ai DIRITTI UMANI, per gentile invito della Direttrice Artistica, Isabel Russinova.

Il Manifesto è concepito come un urgente appello rivolto a tutti coloro che, in ogni ambito, cercano e servono la Bellezza come via maestra di verità, giustizia e riconciliazione.

Nasce dal profondo desiderio di dare voce a una generazione di artisti, scienziati e pensatori che, pur vivendo la complessità del mondo contemporaneo, rifiutano di rinunciare alla dimensione spirituale, simbolica e salvifica dell'arte.

In un'epoca caratterizzata da dispersione e frammentazione, credo che l'arte debba riscoprire la sua vera essenza, tornando ad essere luogo di unità e di dialogo profondo: un ponte tra fede e ragione, tra scienza e poesia, tra l’umano e il divino.

È il momento dell'ascolto autentico e del confronto coraggioso. Se Paolo VI ci esortava a "Convocare il pensiero" e Dossetti a "Convocare le menti", io aggiungo: "Convocate gli artisti".

Solo attraverso un dialogo sincero e libero, fatto di idee e visioni condivise, potremo riaprire un dibattito fondamentale. Il sapere si moltiplica quando viene condiviso, è nella conversazione delle menti che si accende la fiamma della verità.

Vi aspetto per accendere insieme questa fiamma.

Francesco Astiaso Garcia

 

Il Circo in Fiamme

 

Disegno di Kiko Arguello

Un circo in Danimarca prende fuoco.

Il direttore manda il pagliaccio, già truccato e vestito per lo spettacolo, al villaggio vicino per chiedere aiuto.

Il pagliaccio corre e implora gli abitanti di venire subito a spegnere l’incendio, altrimenti il fuoco raggiungerà il villaggio.

Ma la gente, vedendolo vestito da clown, crede che stia solo scherzando, e applaude e ride.

Più lui grida, più la gente si diverte, finché il fuoco arriva davvero, e tutto viene distrutto.

La parabola del pagliaccio e del circo in fiamme, amata e commentata da Benedetto XVI, esprime con forza la condizione della Chiesa nel mondo moderno dove mentre il fuoco avanza, nessuno prende sul serio il pericolo.

Per Ratzinger, questo è il dramma del nostro tempo: la Chiesa annuncia con sincerità e dolore che il mondo rischia di perdersi, ma il mondo non ascolta, credendo che si tratti di parole antiquate o di retorica religiosa.

Il circo in fiamme è l’immagine di una civiltà che brucia, incapace di riconoscere il male e di reagire. Il pagliaccio rappresenta la fede che continua, nonostante tutto, a gridare la verità, nella speranza che qualcuno finalmente comprenda e si salvi.

"La nave è ormai in mano al cuoco di bordo, ciò che trasmette il megafono del comandante non è più la rotta ma ciò che mangeremo domani"

Kierkegaard scrisse queste parole nel suo diario in pieno Ottocento, eppure sembrano quantomai attuali, descrivono infatti molto bene l’epoca disorientata e relativista  in cui viviamo.

Oggi più di ieri si è perso il senso della rotta, gli ideali e le sfide che hanno infiammato le generazioni del secolo scorso sembrano ormai dimenticati, sostituiti dalle mode superficiali.

Se il mondo cade a picco l'importante è non pensarci troppo, l'unica cosa indispensabile è la distrazione, panem et circenses!

E' stato quanto mai paradigmatico l'invito del presidente statunitense George Bush, l'indomani dell'attentato alle Torri Gemelle: "State tranquilli, è tutto sotto controllo, RITORNATE A FARE SHOPPING".

Francesco Astiaso Garcia

Sulla Striscia di Gaza

 



Ieri sera ho tracciato un rapido disegno del volto di Cristo su una cartina geografica.Non saprei dire quali terre o mari vi siano disegnati, ma spontaneamente il pensiero è andato alla Striscia di Gaza, a quel frammento di mondo che oggi più di altri sembra riflettere il Suo dolore.

Su una mappa che un tempo serviva a orientare rotte e confini, prende forma il volto di Cristo: un volto che non domina la terra, è una cartografia della compassione, dove ogni nazione non è più bottino di conquista, ma terra di pianto e di redenzione. Cristo piange sulle geografie del potere e del profitto, trasfigurando le ingiustizie e le avidità umane.

Nella Città di Dio, sant’Agostino racconta un celebre aneddoto: Alessandro Magno, dopo aver catturato un pirata, gli chiede con quale audacia osi infestare il mare. Il pirata risponde senza esitazione: “Con la stessa audacia con cui tu infesti la terra. Io con una piccola nave sono chiamato ladro; tu con una grande flotta, imperatore.”

In poche battute, Agostino rovescia il paradigma della giustizia storica e smaschera il principio pericoloso su cui si fonda la retorica della legittimazione del potere: non è la giustizia a decretare la liceità degli atti, ma la forza, la scala e il successo. Non chi ha ragione, ma chi vince scrive la morale. La storia non premia i giusti, ma i più forti, e spesso traveste le conquiste con abiti di nobiltà posticcia.

Agostino, con la lucidità di un pensatore che ha attraversato la caduta dell’Impero Romano, invita a guardare oltre le apparenze del dominio. Il suo racconto non è solo una critica al potere politico, ma una provocazione etica e spirituale: quando il potere si autocelebra come giustizia, la coscienza deve imparare a distinguere, a discernere, a resistere.

Oggi, in un tempo saturo di narrazioni vincenti, slogan seducenti e costruzioni mediatiche che rivestono di senso le sopraffazioni, abbiamo più che mai bisogno di uno sguardo capace di riconoscere la retorica del potere e di disinnescarla. E magari, come quel pirata, di farlo con l’arma sottile dell’ironia e della verità.

Là dove scorrono le lacrime del mondo, lì è presente Cristo.

Non nei palazzi del potere, né tra i trionfi della storia, ma nelle pieghe nascoste della sofferenza umana: nei confini feriti, nelle ingiustizie taciute, nei volti dimenticati.

Cristo abita il dolore non per esaltarlo, ma per trasfiguralo; per trasformare la mappa del mondo in un luogo di redenzione, dove le frontiere diventano ferite guarite e la terra si fa corpo che attende la resurrezione.

Francesco Astiaso Garcia


Colmare ogni istante di un contenuto sostanziale


Forse, dopo la trasmissione della fede, uno dei compiti più importanti che sento nei confronti dei miei figli è quello di insegnare loro l’arte della contemplazione. Essa potrà diventare per loro una sorgente inesauribile di guida, di senso e di conforto, un orientamento interiore indispensabile per non smarrirsi tra le onde del mondo. In un tempo dominato dalla fretta, dall’immagine e dal rumore, la capacità di fermarsi, di guardare in profondità, di riconoscere la bellezza e la presenza del mistero nel reale è forse il dono più prezioso che un padre possa lasciare in eredità.

Trovo di straordinaria ispirazione queste splendide parole che Pavel Florenskij, grande teologo, scienziato e martire della fede, fucilato per ordine del regime sovietico l’8 dicembre 1937, ha lasciato scritte ai suoi figli:

“Quando avrete un peso nell’animo, guardate le stelle o l’azzurro del cielo: allora la vostra anima troverà la quiete. La vita vola via come un sogno e spesso non riesci a far nulla prima che ti sfugga l’istante della sua pienezza.
Per questo è fondamentale apprendere l’arte del vivere, tra tutte la più ardua ed essenziale: colmare ogni istante di un contenuto sostanziale, nella consapevolezza che esso non si ripeterà mai più come tale.”

Parole che custodiscono un insegnamento luminoso: solo chi sa contemplare sa davvero vivere, perché riconosce in ogni attimo un frammento d’eterno. Questo significa vivere la vita come un’opera d’arte: passare da un’esistenza artigianale fatta di cause ed effetti, alla vita sperimentata come arte, vissuta come un’opera ispirata aperta alla gratuità della grazia.

Francesco Astiaso Garcia

Il tramonto romano del 23 ottobre 2025 condiviso con mio figlio Francisco











Il vicino di pianerottolo

 

immagine generata dall'AI

immagine generata dall'AI
                                          
                                                      

«Nell’amore astratto per l’umanità quasi sempre si finisce con l’amare solo se stessi», scrive Dostoevskij nel suo famoso romanzo L’Idiota.

Una frase che attraversa i secoli e ci raggiunge intatta, come un raggio di verità che illumina la nostra epoca di parole grandi e gesti piccoli. 

Viviamo tempi in cui è facile proclamare amore per l’umanità, per la pace, per la giustizia, per la Terra; ma questo amore universale spesso resta sospeso nel cielo delle idee, leggero, privo di peso, separato dal respiro concreto dell’esistenza, un concetto astratto, lontano dalla fatica reale di amare il prossimo che ci è vicino, quello che ci disturba, ci contraddice, ci toglie la pace o ci mette alla prova.

Mafalda, con la sua ironia disarmante, lo dice a modo suo: «Amo l’intero genere umano… è il mio vicino di pianerottolo che detesto

Ed eccolo, il paradosso eterno: più ampio si fa il nostro amore nelle parole, più rischia di svuotarsi nella realtà. Perché amare davvero non significa abbracciare l’umanità in astratto, ma lasciarsi toccare, e spesso ferire, dall’umanità concreta che ci vive accanto. Amare è pazientare, ascoltare, accogliere la differenza, perdonare la fatica dell’altro. È un cammino di discesa, non di ascesa; un andare verso, non un elevarsi sopra.

Amare l’umanità in blocco è facile, perché non ci chiede nulla di personale. Amare una persona concreta, con i suoi difetti, le sue fragilità, le sue differenze, è invece la forma più difficile, e quindi più autentica, di amore.

Jean-Paul Sartre scriveva che “l’inferno sono gli altri”, perché l’altro mette in crisi la nostra libertà, svela i nostri limiti, ferisce il nostro egoismo infrangendo l’immagine pura che abbiamo di noi stessi. Ma è proprio attraverso questa ferita che possiamo imparare il significato dell’amore. 

Abbiamo un urgente bisogno di uno sguardo veramente umano, che rimetta la persona al centro. Uno sguardo non ideologico, non strategico, non politicamente corretto né strumentale ma semplicemente umano: capace di misurare ogni cosa sul valore primario della persona e sulla sua inviolabile dignità. La compassione selettiva non può essere credibile. Molte persone mostrano la loro compassione in modo diverso, in base alla razza, alla fede o alla nazionalità. Finché avremo bisogno di identificare le pecore nere, resteremo prigionieri dell’idea di essere noi le bianche.

Quando sapremo vedere nel vicino di pianerottolo che detestiamo non un fastidio, ma un fratello da comprendere, da perdonare e da accogliere, l’amore cesserà di essere un’idea e diventerà realtà; E forse, allora, l’umanità avrà ancora speranza.

Francesco Astiaso Garcia



Inno all'umiltà

 del Servo di Dio R. Merry del Val


Dal desiderio di essere stimato,
Liberatemi, Gesù.
Dal desiderio di essere decantato,
Liberatemi, Gesù.

                                      Dal desiderio di essere lodato,
                                                  Liberatemi, Gesù.
                                Dal desiderio di essere preferito agli altri,
Liberatemi, Gesù.


Dal desiderio di essere consultato,
Liberatemi, Gesù.
Dal desiderio di essere approvato,
Liberatemi, Gesù.


Dal timore di essere umiliato,
Liberatemi, Gesù.
Dal timore di essere disprezzato,
Liberatemi, Gesù.



Dal timore di essere dimenticato,
Liberatemi, Gesù.
Dal timore di essere preso in ridicolo,
Liberatemi, Gesù.




L'Unità che regge le leggi dell'universo

Quest’estate sono tornato alle Grotte di Frasassi. Ogni volta è come varcare la soglia di un tempio invisibile: un’esperienza che esalta e al tempo stesso ferisce, perché tra quelle pietre che respirano si rivela la sorgente primordiale della bellezza. L’arte, persino quando tocca il sublime, non può che sfiorarla da lontano, la stessa Sagrada Familia di Antoni Gaudì in tutta la sua magnificenza non ne è che un pallido riflesso. Forse alludeva proprio a questo Baudelaire quando scrisse: «L’arte è una lotta contro la natura, un duello in cui l’artista grida di spavento prima di essere vinto».

La bellezza è una continua scoperta, un evento che ci sorprende. Quando riconosciamo la connessione profonda tra ciò che abita il nostro intimo e ciò che si rivela nel mondo esterno, nasce in noi un’emozione intensa: un’esperienza estetica autentica, un incontro che ha il sapore dell’epifania. Ed è proprio in questo incontro che si dischiude il legame indissolubile tra verità e bellezza.

Contemplando la natura, riconosciamo un ordine che la bellezza incarna, un’eco che risveglia in noi il desiderio di accordarci a essa. Ciò che sorprende maggiormente è l'unità che regge le leggi dell'universo, come se tutto seguisse un ordine nascosto, un'armonia sottile ma inconfondibile. È come un'orchestra in cui ogni strumento si accorda perfettamente agli altri, seguendo una partitura che diventa sempre più chiara man mano che la conoscenza avanza. La bellezza, dunque, è sinonimo di coerenza e proporzione, opposta alla frammentazione e al disordine.

Il mondo è un grande libro che l’uomo deve saper leggere, ma occorre conoscerne l'alfabeto e a tale scopo il contributo degli artisti è unico e insostituibile, come scrive Walter Benjamin: La natura è un insieme di simboli e geroglifici che il poeta interpreta e traduce, egli è il decifratore del linguaggio segreto dell’Universo. Ogni autentico artista scopre che in fondo la bellezza è semplicemente la logica che decifriamo dallo studio delle leggi della natura, qualcosa che ha dunque a vedere più con la matematica che con il gusto, le mode o i manifesti teorici. La bellezza non è solo un valore estetico, ma anche un principio guida nella ricerca scientifica.

Le scoperte più accurate e profonde si rivelano spesso quelle caratterizzate da eleganza e semplicità. Il pittore si pone di fronte alla natura come uno scienziato che analizza e approfondisce le leggi della natura, come un chimico che studia la materia è scopre che tutto in natura è una perfetta relazione, una voce di cui non si ode il suono, l’impronta digitale del Deus Absconditus, la logica che accomuna scienziati e artisti. Questa armonia suggerisce un disegno unitario che lega ogni elemento in un equilibrio perfetto. L’arte, nella sua forma più elevata, rispecchia l’ordine supremo, manifestando l’intelligenza divina che si rivela nella creazione.

Albert Einstein affermava che chiunque si dedichi seriamente alla scienza finirà per riconoscere, nelle leggi dell’universo, la manifestazione di un’intelligenza superiore a quella umana. Allo stesso modo, l’arte autentica parla sempre di questo Mistero, a prescindere che sia creata da un artista italiano o da uno cinese. Se consideriamo il canone nell’arte non come un’invenzione umana, ma come la scoperta di una verità obiettiva, allora l’arte stessa assume un valore universale e condiviso, capace di avvicinarci a qualcosa di più grande.

Riconoscendo nell’arte lo splendore della bellezza e nella bellezza il riflesso della verità, essa diventa un ponte che trascende i popoli, unendoli nell’ammirazione. Ci rivela così che ciò che ci accomuna è infinitamente più grande di ciò che ci divide. 

Più o meno questo è quello che ho capito visitando con la mia famiglia le Grotte di Frasassi. Condivido alcune foto che ho scattato per farvi venire la voglia di andare a visitarle dal vivo!

Francesco Astiaso Garcia


Photograph © Francesco Astiaso Garcia





























“Nelle parole la Parola”


Sono onorato di aver potuto offrire il mio piccolo contributo a una grande opera: il nuovo Dizionario biblico “Nelle parole la Parola”, ideato e diretto da Vincenzo Brosco e arricchito dalla prefazione del Cardinale Penitenziere Maggiore.


Il mio dipinto “Per Crucem ad Lucem” è stato scelto per aprire il volume, accompagnato da un breve testo esplicativo. È l’unica immagine presente nel libro, che raccoglie i contributi di circa settanta biblisti e studiosi di diverse discipline teologiche, riuniti in un’opera pensata per la nuova evangelizzazione.






La morte, la guerra, il male non hanno l’ultima parola!



La magnifica danza nata spontaneamente con alcuni fratelli Russi che come noi sognano la Pace 

Sono rimasto profondamente colpito dall’intervista rilasciata di recente da Yulia Naval’naja, moglie di Aleksej Navalnyj, il più noto oppositore del presidente russo Vladimir Putin.

Vedova dell’attivista e dissidente morto in carcere nel febbraio 2024 – ufficialmente per una “sindrome da morte improvvisa” dovuta ad aritmia cardiaca – Naval’naja ha dichiarato senza esitazioni che oggi «tra i russi c’è desiderio di pace, ma a prevalere è la propaganda».

«La settimana scorsa – ha raccontato – la nostra organizzazione ha condotto un sondaggio. Non era possibile fare domande dirette: chiedere se si è favorevoli o contrari alla guerra significa rischiare la prigione. Abbiamo quindi chiesto se si sostiene o meno l’apertura di negoziati di pace. E il 65% ha risposto di sì. Poi abbiamo domandato come si vorrebbero impiegare i fondi statali: solo l’8% ha indicato maggiori spese militari. Tutti gli altri hanno parlato di sanità, istruzione, servizi pubblici. La gente non vuole la guerra, ma la pace».

Le parole che più mi hanno toccato sono state quelle dedicate al significato più autentico dell’eredità lasciata da Navalnyj:


«Navalnyj lottava invitando a non odiare, per non diventare simili a coloro contro i quali combatteva. Il suo appello era a non odiare i propri persecutori, ma a costruire un mondo in cui la pace si affermi insieme alla libertà, alla verità, alla giustizia e persino alla bellezza: per dare vita alla bellissima Russia del futuro».

In fondo, è stato proprio questo lo spirito che mi ha spinto a partire per la Russia e a realizzare a Mosca, insieme ad Anna Usova, la mostra “La Bellezza di Cristo Salva il Mondo”. La nostra missione è stata quella di testimoniare con forza che esiste un’alternativa alla spirale del riarmo incondizionato che ci trascina verso lo scontro frontale, dal quale tutti usciremmo sconfitti. Questa alternativa è la via dell’incontro e della pace.

Sappiamo che la sete inesauribile di bellezza che abita il cuore umano trova compimento solo nello splendore dell’amore che salva, rivelato nel volto divino. Senza questa bellezza, l’umanità non può vivere. La figura di Cristo ridesta in noi la memoria più profonda della nostra vocazione: guarisce le ferite, ispira il perdono, genera comunione.

Abbiamo potuto toccare con mano questa comunione attraverso decine e decine di persone russe, profondamente commosse da un messaggio di pace e riconciliazione. Alcuni si sono lasciati coinvolgere fino al punto di voler danzare con noi in una danza simbolica di fraternità e di pace: immagini che valgono più di mille parole e che porto con me come segno vivo di speranza.

È il tempo dell’ascolto e del confronto: “Convocate il pensiero”, ammoniva Paolo VI. “Convocate le menti”, incalzava Dossetti. Io oggi rilancio: “Convocate gli artisti”. Perché solo con loro, con la forza creativa che smuove coscienze e illumina orizzonti, potremo riaprire un dibattito autentico, un dialogo libero e profondo che forse ci salverà dallo scivolamento inesorabile verso il baratro.

La morte, la guerra, il male non hanno l’ultima parola!

Francesco Astiaso Garcia



La magnifica danza nata spontaneamente con alcuni fratelli Russi che come noi sognano la Pace