Domani Papa Leone benedirà la Torre di Gesù della “Sagrada Familia” di
Antoni Gaudí, quella che è stata definita l’unica Bibbia scolpita interamente
nella pietra. Difficile immaginare un sigillo più eloquente per il viaggio
apostolico in Spagna, il cui motto è “Alzad la mirada” (Alzate i vostri occhi):
un invito a sollevare lo sguardo dalla terra al cielo, dal contingente
all’eterno.
Non potrò mai dimenticare lo stupore provato da bambino quando vidi per
la prima volta la monumentale basilica di Barcellona. Fu una di quelle
esperienze che si imprimono nell’anima e che continuano a parlare anche a
distanza di molti anni. Crescendo ho dedicato molto tempo allo studio
dell’opera del maestro catalano e, leggendo i suoi scritti, ho compreso ciò che
allora avevo soltanto intuito:
“L’originalità consiste nel ritorno alle origini. La
creazione prosegue incessantemente attraverso l’uomo. Ma l’uomo non crea:
scopre. Coloro che ricreano le leggi della Natura per fondare su di esse le
loro opere sono collaboratori del Creatore”. Antoni Gaudí
Alla domanda su quale fosse
la sorgente della sua ispirazione, Gaudí rispondeva con disarmante semplicità: “Vedete
quest’albero vicino al mio laboratorio? È lui il mio maestro”.
Molte volte, davanti alla bellezza
di un paesaggio, mi è accaduto di ritrovare forme, volumi e linee che
sembravano appartenere già alle architetture della Sagrada Familia, del Parc
Güell o di Casa Batlló. In alcuni casi le somiglianze erano così sorprendenti
da farmi pensare che Gaudí stesso fosse passato da quei luoghi e ne avesse
tratto ispirazione. Ogni autentica opera d’arte è, in un certo senso, un
déjà-vu della natura. L’artista non inventa la bellezza: la riconosce. Non la
produce: la scopre. Questo misterioso accordo tra l’opera umana e il creato,
questa risonanza segreta tra l’anima e il mondo, è forse il cuore stesso
dell’esperienza artistica.
Qualche anno fa ho visitato
la Cappadocia. Le sue straordinarie conformazioni geologiche, modellate dal
vento, dalla pioggia e dal tempo nel corso di millenni, hanno generato un paesaggio
che sembra appartenere a un altro mondo. Camminando tra quelle rocce scolpite
dalla natura, ho avuto la sensazione di trovarmi davanti a un’immensa
cattedrale a cielo aperto. È quasi impossibile contemplare quelle forme senza
pensare alla Sagrada Familia.
La bellezza è sempre una scoperta, un evento che ci sorprende. Quando
riconosciamo una corrispondenza profonda tra ciò che abita il nostro intimo e
ciò che si manifesta nel mondo esterno, nasce quell’emozione particolare che
chiamiamo esperienza estetica. È come un’improvvisa rivelazione, un’epifania
che ci permette di intuire il legame indissolubile tra verità e bellezza. Contemplando
la natura, riconosciamo infatti un ordine che la bellezza rende percepibile.
Ciò che maggiormente stupisce è l’unità che regge le leggi dell’universo, come
se ogni cosa partecipasse a una medesima armonia nascosta. È simile a una
grande orchestra nella quale ogni strumento, pur conservando la propria voce,
contribuisce a una sola sinfonia. La bellezza appare allora come il volto
visibile di questa armonia invisibile. Essa è coerenza, proporzione, relazione.
Il mondo è un grande libro che l’uomo è chiamato a leggere. Ma per
comprenderlo occorre conoscerne l’alfabeto. In questo compito il contributo
degli artisti è unico e insostituibile. Essi sono interpreti di un linguaggio
che precede le parole. Come scrive Walter Benjamin, la natura è un insieme di
simboli e geroglifici che attendono di essere decifrati.
Ogni autentico artista
scopre, prima o poi, che la bellezza possiede una sua logica. Non dipende
soltanto dal gusto, dalle mode o dalle teorie del momento. Essa sembra emergere
dalle stesse leggi che governano la realtà. Per questo la bellezza ha qualcosa
in comune con la matematica, con la fisica, con la ricerca scientifica. Le
scoperte più profonde della scienza si distinguono spesso per la loro eleganza
e semplicità. Allo stesso modo il pittore, lo scultore o l’architetto si
pongono davanti alla natura come ricercatori di un ordine nascosto. Essi
intravedono nelle forme del mondo una trama di relazioni che rimanda a un
significato più grande.
Questa armonia universale è ciò che potremmo riconoscere come la traccia del Deus Absconditus, il Dio nascosto che lascia nella creazione l’impronta discreta e inconfondibile della propria presenza.
Per questo Albert Einstein
affermava che chiunque si dedichi seriamente alla scienza finisce per
riconoscere nelle leggi dell’universo la manifestazione di un’intelligenza
immensamente superiore a quella umana. Anche l’arte autentica, a suo modo,
parla sempre di questo Mistero. Non importa che sia stata creata da un artista
italiano, cinese, africano o sudamericano. Quando è vera, essa trascende le
culture senza annullarle e diventa linguaggio universale. Se riconosciamo
nell’arte lo splendore della bellezza e nella bellezza il riflesso della
verità, allora l’arte diventa un ponte tra gli uomini. Ci ricorda che ciò che
ci accomuna è infinitamente più grande di ciò che ci divide.
Che Gaudí abbia visitato o meno la Cappadocia conta relativamente. Ciò
che colpisce è che le sue opere sembrano nascere dalla stessa sorgente da cui
scaturiscono le forme della natura. Le guglie della basilica e le rocce della
Cappadocia parlano un linguaggio comune, perché partecipano della stessa
armonia profonda.
Ho voluto mettere in dialogo
alcune fotografie che ho scattato nel mio viaggio in Cappadocia con alcune immagini delle opere di Gaudí reperite sul web...lascio a voi ogni considerazione.
Talvolta la natura sembra anticipare l'arte; altre volte è l'arte che
ci insegna a vedere la natura. Forse alludeva a questo Baudelaire quando
scriveva: “L’arte è una lotta contro la natura, un duello in cui l’artista
grida di spavento prima di essere vinto”.
E forse la vittoria più grande dell'artista consiste proprio nel
lasciarsi vincere dalla Bellezza.
Francesco Astiaso Garcia






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