IL PAPA AGLI ARTISTI: IL MONDO, PIÙ CHE MAI, HA BISOGNO DI BELLEZZA

 

Se è autentico, l’artista è capace di parlare di Dio meglio di chiunque, di farne percepire la bellezza e la bontà, di giungere al cuore umano e far risplendere in esso la verità e la bontà del Risorto”   

Papa Francesco 


    
                                                             San Luca Patrono degli Artisti

Incontrando una associazione che riunisce vari artisti tra cui musicisti, poeti e scultori, Francesco esorta ad imboccare la “via pulchritudinis”: la bellezza è in grado di creare comunione “perché unisce Dio, l’uomo e il creato in un’unica sinfonia”

In un contesto come quello attuale, in cui “lo smarrimento e la tristezza sembrano a volte avere il sopravvento”, la via della bellezza ci fa andare oltre. È una via per andare al Signore. È quanto sottolinea Papa Francesco incontrando gli animatori della “Diaconie de la Beauté”, un movimento nato nel 2012 nel solco del Sinodo sulla nuova evangelizzazione che riunisce musicisti, poeti, pittori, architetti, cineasti, scultori, attori e danzatori. Il Papa ricorda che le Sacre Scritture ci parlano molto della bellezza dell’universo e di tutto ciò che racchiude: “ci ricordano anche che ciascuno di noi è chiamato per natura a essere artigiano e custode di tale bellezza”. “Il lavoro artistico completa, in un certo senso, la bellezza della creazione e, quando è ispirato dalla fede, rivela più chiaramente agli uomini l’amore divino che ne è all’origine”. Il Pontefice si sofferma quindi su linguaggi che travalicano tempo e spazio.

Una particolarità dell’artista è di non essere limitato dal tempo, perché la sua arte parla a tutte le epoche. L’artista non è limitato neppure dallo spazio, perché la bellezza può toccare in ciascuno ciò che ha di universale – specialmente la sete di Dio – superando le frontiere delle lingue e delle culture. Se è autentico, l’artista è capace di parlare di Dio meglio di chiunque, di farne percepire la bellezza e la bontà, di giungere al cuore umano e far risplendere in esso la verità e la bontà del Risorto.

 

La Chiesa ha bisogno dell’arte

Papa Francesco invita anche a rileggere con attenzione la “Lettera agli artisti” di San Giovanni Paolo II: “per trasmettere il messaggio affidatole da Cristo – si legge in questo documento – la Chiesa ha bisogno dell’arte”. “Essa deve, infatti, rendere percepibile e, anzi, per quanto possibile, affascinante il mondo dello spirito, dell’invisibile, di Dio. Deve dunque trasferire in formule significative ciò che è in sé stesso ineffabile. Ora, l’arte ha una capacità tutta sua di cogliere l’uno o l’altro aspetto del messaggio traducendolo in colori, forme, suoni che assecondano l’intuizione di chi guarda o ascolta”.

Vi esorto, dunque, nel coltivare la vostra arte, a parlare agli uomini e alle donne del nostro tempo, preoccupandovi sempre che vi sia una certa comprensione da parte loro, perché un’arte incomprensibile e ermetica fallisce il suo scopo. Cercate di toccare ciò che in essi c’è di migliore. La Chiesa conta su di voi oggi per aiutare i fratelli e le sorelle ad avere un cuore sensibile e compassionevole, uno sguardo d’amore rinnovato sul mondo e sugli altri.

La bellezza, conclude Francesco, è sempre “una sorgente di gioia, mettendoci in contatto con la bontà divina. Se c’è della bellezza è perché Dio è buono e ce la dona. E questo ci dà gioia, ci rassicura, ci fa bene. Il contatto con la bellezza ci tira su, sempre, la bellezza ci fa andare oltre”. “Vi incoraggio ancora una volta – afferma infine il Papa – a continuare il vostro servizio con amore e competenza, perché il mondo ha bisogno di bellezza, più che mai”.

Amedeo Lomonaco – Città del Vaticano

https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2022-02/papa-francesco-artisti-diaconie-de-la-beaute-bellezza.html


    
Copribibbia realizzato da Silvano Zanchi 
su disegno di Francesco Astiaso Garcia


CONTEMPLATA ALIIS TRADERE - Trasmettiamo ciò che abbiamo contemplato


L'iconografia in Oriente non è mai stata considerata un ornamento fine a se stesso, un elemento accessorio o decorativo; dipingere un'icona in una chiesa è qualcosa che va ben oltre "l'abbellimento" di uno spazio sacro. Non si cerca un pittore di icone per impreziosire l'architettura con oro e colori da aggiungere ai marmi o da intonare ai tappeti. La pittura Sacra è parte integrante ed essenziale della liturgia: costituisce un vero e proprio annuncio dipinto, la possibilità di un incontro con il volto di Cristo, morto e risorto per la nostra salvezza. 

Per questo un'icona è sempre una buona notizia che fa presente il cielo. Nessuno parla oggi più del cielo, delle realtà escatologiche, stiamo perdendo la dimensione spirituale e trascendente della vita; Precarietà, sfiducia, delusione, insicurezza, paura, oggi tutto ci chiude il cielo; è come se avessimo sopra la nostra testa un enorme soffitto di cemento che ci impedisce di vedere la luce; quanto abbiamo bisogno di alzare gli occhi al cielo!...ecco l'icona è come una fessura che squarcia il cemento lasciando entrare la luce. Nelle icone tutto parla del cielo, l'oro che abbonda nello sfondo rende già presenti le realtà celesti.

Anche l'uso della prospettiva è molto importante nell'iconografia orientale. A partire dal Rinascimento la pittura ci ha abituati all'illusione prospettica data dal punto di fuga posto all'interno del quadro; nelle icone invece la prospettiva è rovesciata, le linee prospettiche non convergono più all'interno del quadro bensì all'esterno, il punto di fuga coincide con chi sta guardando l'immagine, destinatario dell'annuncio! Questa è la forza dell'icona che interpella l'osservatore in misura di quanto è disposto a lasciarsi coinvolgere! Come la tensione di chi annunzia il Vangelo è rivolta tutta verso chi ascolta la parola, così la tensione del dipinto è rivolta tutta verso chi osserverà l'opera. Il disegno, il colore e la tecnica saranno solo mezzi finalizzati all'annuncio; la riuscita di una pittura Sacra trascende perciò il valore stesso della tecnica e del mestiere. Gesù Cristo per diffondere il suo Vangelo nel Mondo non ha scelto professionisti della catechesi ma gente semplice, a volte priva di qualsiasi preparazione. Non basta quindi essere un ottimo pittore per dipingere una buona icona.

Avendo la pittura delle icone una forte valenza kerigmatica, è importante che chi la dipinge abbia una preparazione spirituale seria e un mandato da parte del vescovo o di chi ne fa le veci.  Questa è la preghiera di benedizione che la Chiesa recita in occasione dell'invio degli artisti:

Benedici   +  o Padre questi tuoi figli che hai chiamato a svolgere il nobile ministero di artisti, affinché attraverso la loro genialità possano riflettere l’infinita bellezza del volto terreno del tuo Figlio Gesù, della Vergine Maria, degli Apostoli e dei Santi.

Il pittore di icone prega, digiuna, si confessa, prende la comunione, cerca di vivere insomma in grazia di Dio e con grande intensità. Non si tratta certo di essere persone moralmente bravine o migliori delle altre, siamo tutti poverissimi e gli artisti hanno normalmente un caratteraccio, siamo vanitosi, irascibili, permalosi e troppo sensibili; si tratta piuttosto di aver sperimentato in prima persona la propria miseria e avere poi incontrato la misericordia di Dio; allora si potrà trasmettere quest'esperienza kerigmatica nel proprio lavoro rendendo partecipe della stessa anche chi lo contemplerà in profondità! Trovo bellissimo il motto dei domenicani: contemplata aliis tradere - trasmettiamo ciò che abbiamo contemplato.

Una crisi molto seria sta caratterizzando l'Occidente anche per quanto riguarda l'estetica, questo riguarda anche l'iconografia e l'architettura sacra. L’iconografia è stata per anni la “Bibbia dei poveri” capace di spiegare le cose di Dio a chi non sapeva leggere. Oggi nella maggior parte delle esposizioni d’arte contemporanea si ricorre a didascalie che spieghino per iscritto ciò che le immagini non sono più capaci di comunicare.

Benedetto XVI ha ripetuto molte volte che la fede non si dà attraverso il proselitismo ma per attrazione! Cosa c'è di più attrattivo dell'arte accompagnata dalla bellezza...è per questo che la via pulchritudinis è fondamentale per l'annuncio del Vangelo.

Papa Francesco ci invita spesso a trovare nuovi alfabeti per la trasmissione della fede: "Non dobbiamo avere paura di trovare ed utilizzare nuovi simboli, nuove forme d'arte, nuovi linguaggi".

Se è vero che la bellezza salverà il mondo, salvare la bellezza è una grave responsabilità collettiva!  L'artista deve rivolgersi a tutti, e a ciascuno offrire consolazione e speranza, deve aprire orizzonti dove sembra che non ce ne siano più, scuotere il mondo anestetizzato da troppa indifferenza.

Affermiamo ed amiamo la bellezza, in essa s'incarna il senso della vita che non perisce, si tratta di salvare l'umano nell'uomo, di salvare il senso stesso della vita umana contro il caos e l'assurdo.  L'umanità ferita è alla ricerca della vera Bellezza e in fondo “l’arte non insegna nulla tranne il senso della vita”.

Il dipinto realizzato da Francesco Astiaso Garcia nel Catecumenium della Parrocchia "Cristo Re" di Civitanova è tratto dall'opera originale di Kiko Arguello che si trova nella cappella della Parrocchia Santa Francesca Cabrini, ispirata alle icone Russe.

Un grazie speciale lo devo alla mia meravigliosa squadra di assistenti Don Peter Paul Sultana, Ruth, Maria, Clarisse, Jean Paul.

Francesco Astiaso Garcia















































Ho sognato un mondo

 

    
                                                   impermeabili ad ogni ideologia


Ho sognato un mondo

impermeabile ad ogni ideologia;


Ho sognato un mondo

in cui non ci sia guerra invocata in nome della pace;


Ho sognato un mondo

dove chi persegue la tolleranza e il rispetto di ogni uomo, rifugga ogni strumentalizzazione preconcetta;

 

Ho sognato un mondo

che non discrimini in nome della lotta alla discriminazione;

 

Ho sognato un mondo

nel quale l’anticonformismo non sia solo una facciata conformata quasi sempre al pensiero dominante;

 

Ho sognato un mondo

dove chi prega la madonna e brandisce il rosario non respinga con arroganza forestieri e migranti aizzando sospetti, divisioni, paura e ostilità;

 

Ho sognato un mondo

dove chi vuole tutelare le radici cristiane non lo faccia rinnegando il vangelo;

 

Ho sognato un mondo

dove chi difende la vita dei panda in estinzione, non favorisca sempre e comunque l'aborto e l'eutanasia come scelte di civiltà;

 

Ho sognato un mondo

in cui nessuno mai si azzardi a giustificare odio e violenza in nome di Dio e della religione, ergendo muri e alimentando  rivalità e chiusure;

 

Ho sognato un mondo

in cui chi difende la vita nel grembo materno, si schieri, con la stessa passione, al fianco dei clochard, delle prostitute, degli zingari, dei poveri e stranieri;

 

Ho sognato un mondo

dove le nuove generazioni sensibili all'ambiente siano anche disposte a rinunciare a qualcosa del loro esigente e conformista stile di vita;

 

Ho sognato un mondo

dove chi si schiera accanto ai poveri, agli zingari, ai rifugiati, abbia a cuore anche la tutela della vita dei più deboli, indifesi e portatori di handicap, in ogni momento, dal concepimento fino alla morte;

 

Ho sognato un mondo

in cui tutti si sentano corresponsabili della custodia della bellezza e riverenza della vita; un mondo assetato di pace, giustizia ed equità, capace di guardare chi è diverso come un fratello, nel profondo rispetto di tutta la meravigliosa ricchezza della grande famiglia umana;

 

Francesco Astiaso Garcia


L'augurio più bello per il Nuovo Anno: "UNA VITA NUOVA"

 


Padre Marco Ivan Rupnik, socio onorario Ucai, ci affida un augurio di speranza e bellezza per il nuovo anno: “Siamo chiamati a suscitare voglia e appetito nel mondo per una vita nuova, e la nostra fede non è altro che accoglienza di questa vita nuova. Dobbiamo coinvolgere le persone in un desiderio di vita nuova. Una religione moralistica che si è prosciugata non serve più. Solo se passa attraverso di noi questa vita di Dio, l’uomo è capace di portare il frutto che rimane. Il Padre è l’unico che può coprire la distanza che separa l’uomo perduto, peccatore, morto, dal Dio vivente. L’uomo da solo non può farlo: tale capacità di Dio di raggiungerci è la stessa identità di Dio verso di noi e verso la creazione, cioè la misericordia”.





La cappella del Pontificio Seminario Romano Maggiore dipinta da padre Marko Ivan Rupnik e dai suoi collaboratori del Centro Aletti: la parete di destra, dai colori acidi e freddi, raffigura storie bibliche in cui i protagonisti hanno detto “no” al progetto di Dio; la parete di sinistra, dai colori caldi e luminosi, rappresenta, invece, storie in cui l’uomo ha risposto “sì” alle chiamate del Signore; le immagini della parete centrale dietro all’altare, di colore rosso, che circondano il quadro della Madonna della Fiducia, ci ricordano, infine, quanta fecondità, vita e rinascita possano risplendere quando le nostre storie si uniscono all’Amore di Dio, scelgono di prendere parte alla Sua storia e accolgono la relazione con Lui, così come ci ha insegnato Gesù e come ha fatto Maria.



 

https://www.youtube.com/watch?v=8iC5hSN7MS4&t=123s

I ciechi vedono, i sordi odono, gli zoppi camminano!

 Buon Natale amici miei!


Siamo alle porte del Natale e la pandemia da Coronavirus continua ad esasperarci alimentando sfiducia e senso di smarrimento verso un avvenire che si prospetta incerto e scoraggiante. "Siate lieti bambini, sta per nascere il Salvatore!", ci insegnavano quando eravamo piccoli, e noi eravamo pieni di gioia.

Chi di noi aspetta ancora il Salvatore? Riteniamo di dover essere salvati? Ma chi è che salva, da cosa ci salva? Molti ritengono necessaria solo una salvezza che si risolva in un mutamento delle strutture e delle condizioni sociali, politiche e culturali. Ma siamo sicuri che sia sufficiente questo tipo di cambiamento e non sia necessario invece un cambiamento più profondo cha parta dal cuore dell’uomo? Chi potrà coprire la distanza che separa l’uomo perduto dal Dio vivente?

Tale capacità di Dio di raggiungerci è la stessa identità di Dio, Gesù Cristo, Il bambinello che nasce nella mangiatoia ci viene incontro affinché la nostra gioia sia piena! Accogliere questo annuncio significa accogliere la grazia divina e poter amare come non ci era possibile prima e sperimentare la felicità e la pienezza.

La grazia ci libera dalla schiavitù dell’egoismo che ci imprigiona nella paura del futuro, della precarietà e della morte. Questa è la grande speranza a cui siamo chiamati, la sola, unica, grande speranza a cui ogni uomo è chiamato, non solo i cristiani, l’umanità nel suo complesso. 

Lasciamoci sedurre dalla più alta Bellezza, la vera grande bellezza che supera la legge ed il dovere ed entra nella dimensione della gratuità e saremo servitori disposti a sperimentare il primato delle grazie spirituali e carismatiche sulle miserie e sulle paure del nostro tempo.

Allora saremo capaci di far vibrare l’anima dei nostri fratelli con la stessa bellezza che ha incendiato il nostro cuore condividendo con loro un orizzonte bello, nuovo e sorprendente. La fede svela l’uomo a sé stesso ricordandogli le fondamenta della sua grandezza, la verità profonda del suo essere e la prodigiosa novità di Cristo: “portare ai poveri il lieto annuncio, proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, rimettere in libertà gli oppressi “.

Buon Natale amici miei!

Francesco Astiaso Garcia

NON GIUDICARE !

 

Francesco Astiaso Garcia ©
                                                               Francesco Astiaso Garcia ©

Qualche giorno fa, mi è capitato di leggere uno studio aggiornato sulle attuali spese militari a livello internazionale. Immaginavamo un mondo postpandemia  meno bellicoso e invece le cose vanno di male in peggio. Le spese militari mondiali hanno raggiunto un nuovo picco, mai toccato dalla fine della Guerra Fredda. Soldi che sono stati sottratti a capitoli di spesa di massima necessità, in un momento i cui l’economia globale sta soffrendo moltissimo.

Il mondo non è mai stato più minacciato o più diviso, siamo sull’orlo di un abisso e ci muoviamo nella direzione sbagliata”, ha affermato un mese fa il segretario generale dell’ONU, Guterres. Vi ricordate i cartelli appesi alle finestre durante la pandemia: “Andrà tutto bene!!” Sembra proprio che non riusciamo ad imparare dall’esperienza!


Quello che ci manca veramente è l’empatia, la capacità di immedesimazione nelle necessità  dell’altro. A tal proposito c’è un significativo midrash ebraico che racconta di un dialogo tra due rabbini, uno chiede all’altro: “mi ami tu fratello?”, “certo che ti amo fratello mio!”, “ma tu conosci veramente quello che mi fa soffrire?”, “no, come posso conoscerlo!”. Conclude il primo: “se non sai cosa mi fa soffrire, non puoi amarmi veramente!”. Amiamo qualcuno solo se conosciamo in profondità le sue sofferenze, le sue angosce, e le facciamo anche nostre calandoci al suo posto. Ma siamo noi veramente interessati alle sofferenze e alle ingiustizie, ci sta a cuore il destino del mondo e degli uomini, o ci importa solo di noi stessi? C’è una bellissima canzone di Leon Gieco che dice: “Solo chiedo a Dio che il dolore non mi sia indifferente e che la morte non mi trovi vuoto e solo, senza aver fatto quanto sufficiente“.


Una cosa è certa: ingiustizia, diseguaglianze e iniquità producono ingiustizia, diseguaglianza e iniquità. A proposito delle catene d’odio e inimicizia, mi ha colpito molto la testimonianza di un giudice penale: “molto spesso le vittime di violenza li vediamo riapparire nelle stesse aule di tribunale come responsabili, a loro volta, di crimini violenti“. Parte della responsabilità di queste disuguaglianze e ingiustizie ricadono certamente sull’intera società che a sua volta pagherà lo scotto. Quando passiamo davanti ad un carcere, ci sfiora il pensiero che anche noi saremmo potuti essere lì, con una storia diversa, se le circostanze della nostra vita fossero state diverse? O pensiamo piuttosto di essere migliori di quelle persone cattive che si sono meritate il loro destino! Magari credessimo veramente di non essere migliori di nessuno!!


A qualcuno potrebbe sembrare antidemocratico e discriminatorio ma le cose fondamentali della nostra vita non sono il prodotto di una scelta: Non scegliamo il luogo dove nascere né i genitori da cui nascere; non scegliamo le doti naturali con le quali venire al mondo o i pesi da portare. Non possiamo slegare l’uomo dalla sua storia, dal suo vissuto dalla sua struttura psichica, dal contesto in cui si trova. Non tutti abbiamo ricevuto la stessa misura, e non a tutti verrà chiesta la stessa misura. Quanta confusione e superficialità quando si parla di merito; una non bene intesa cultura del merito ci spinge a pensare che la realizzazione e il successo dipendano dai propri sforzi. Ma sappiamo bene che non è così! Le conseguenze di questo equivoco sono gravissime perché non solo ci inducono a disprezzare chi porta pesi dei quali non ha nessuna responsabilità, ma ci spinge fino a vantarci di cose per le quali dovremmo metterci in ginocchio con la faccia a terra ringraziando Dio! Quando non riconosciamo più la nostra umanità negli altri, perdiamo anche la nostra.


Un grande artista come De André questo lo aveva capito molto bene; nella canzone “La città vecchia” racconta frammenti di vita di quello strano popolo dimenticato che vive presso le aree più malfamate della zona del porto di Genova: gli ubriachi che sfogano i loro dispiaceri nel vino, le prostitute e i loro clienti, i ladri, gli assassini e «il tipo strano che ha venduto per tremila lire sua madre a un nano». La canzone termina con questi splendidi versi:

«Se tu penserai, se giudicherai da buon borghese li condannerai a cinquemila anni più le spese. Ma se capirai, se li cercherai fino in fondo, se non sono gigli, son pur sempre figli, vittime di questo mondo»

Quello di De André è un meraviglioso invito laico a non giudicare, ad andare oltre le semplici apparenze a cercare l’uomo nel profondo. Lo stesso De André commentando la sua canzone disse: “Io credo che gli uomini agiscano certe volte indipendentemente dalla loro volontà. Certi atteggiamenti, certi comportamenti sono imperscrutabili. La psicologia ha fatto molto, la psichiatria forse ancora di più, però dell’uomo non sappiamo ancora nulla. Certe volte, insomma, ci sono dei comportamenti anomali che non si riescono a spiegare e quindi io ho sempre pensato che ci sia ben poco merito nella virtù e poca colpa nell’errore”.


La sua canzone è dedicata agli ipocriti, ai benpensanti, ai moralisti sempre pronti a giudicare e puntare il dito, a chi si erige a giudice della vita degli altri senza conoscerne le sofferenze profonde, il vissuto e il bagaglio genetico; è dedicata a chi parla di pecore nere dando per scontato di appartenere al gregge delle pecore bianche. Quanto è importante entrare in questo mistero dell’uomo, di ogni uomo, di tutto l’uomo, e in questo senso la bellezza e la poesia giocano un ruolo fondamentale. Papa Francesco ha detto: “Non si può educare senza indurre il cuore alla bellezza…un’educazione non è efficace se non sa creare poeti”. 

Come vivere la fraternità senza comprendere l’uomo!


Cos’è l’uomo perché te ne curi il figlio dell’uomo perché te ne dia pensiero, eppure lo hai fatto poco meno degli Angeli, di gloria e di onore lo hai coronato” dice il Salmo. Magari imparassimo veramente a riconoscere la sacralità di ogni essere vivente, solo allora, una volta riconosciuta la nostra divina somiglianza, saremmo capaci finalmente di toglierci i sandali davanti alla terra sacra dell’altro.

La Mostra-Progetto FRATERNITÀ


VENERDÌ 12 NOVEMBRE alle ore 18:00 presso la Galleria d’Arte Medina, via Angelo Poliziano 32-34, Roma

sarà inaugurata la mostra FRATERNITÀ di 30 talentuosi artisti del “Salotto di Diotima”

il progetto si inserisce nel più ampio contributo degli artisti al Patto Educativo Globale voluto dal Papa



 In questo tempo di crisi, segnato dalla pandemia, da guerre, migrazioni, cambiamenti climatici e difficoltà economiche, riconoscerci fratelli è di vitale importanza! La fraternità nasce dalla consapevolezza del valore inestimabile d’ogni essere umano, della sua dignità e fragilità, della sua sacralità. L’autentica fraternità promuove ogni uomo e tutto l’uomo.

Veniamo da una stagione affascinata dal mito relativista nella quale si è fatta passare l’idea che per essere liberi si debba necessariamente sciogliere ogni legame, obbligazione o appartenenza. Il pensiero dominante di questa società progressista e laicizzata è stato caratterizzato dalla volontà di superare ogni dogma e certezza morale, in favore dell’autoaffermazione della piena libertà individuale, verso un sincretismo incolore che relativizza ogni credo. Le premesse di un tale modello si sono svelate ovviamente false e questo non può essere che un bene, ma oggi rischiamo di cadere in estremismi di segno opposto che portano all’integralismo identitario e sfociano facilmente in chiusura e fondamentalismo. Diffidiamo da chi, con la scusa di una presunta difesa degli interessi nazionali, alimenta nuovi egoismi sfaldando il senso sociale.

 

Dobbiamo evitare la dinamica degli estremismi e delle polarizzazioni che armano la disperazione portandoci alla logica dello scontro di civiltà; la nostra epoca necessita più che mai di dialogo e di sintesi, saremo capaci armonizzare le contraddizioni? Come diceva Dante Alighieri: “il contrario di un errore non è la verità ma l’errore di segno opposto “, la verità è dunque il sentiero stretto tra due errori di segno contrario.  Abbiamo bisogno di una nuova proposta culturale che sappia superare la paurosa contrapposizione tra l’universalismo senza identità e il localismo identitario; ciò a cui aspiriamo è l’unità non l’uniformità.

La storia insegna, quando manca il dialogo e la fraternità assistiamo a logiche di disgregazione, scarto e dominio, che indeboliscono o strumentalizzano i sentimenti di appartenenza. “Il mondo non è mai stato più minacciato o più diviso, siamo sull’orlo di un abisso e ci muoviamo nella direzione sbagliata”, ha affermato un mese fa il segretario generale dell’ONU, Guterres.

 

Speravamo che il mondo post pandemia sarebbe stato meno bellicoso e invece le cose vanno di male in peggio. Le spese militari mondiali hanno raggiunto un nuovo picco, mai toccato dalla fine della Guerra Fredda; denaro sottratto a capitoli di spesa impellenti!

La pandemia doveva liberare le nostre energie creative, invece rischiamo di essere più poveri e più cattivi; Una cosa è certa, al di fuori della fraternità non può esserci altro che la distruzione della dimensione sociale della convivenza umana. Cercare e promuovere la fraternità è dunque uno dei compiti attuali più urgenti e pressanti che deve coinvolgere necessariamente tutti gli attori della politica, dell’’economia, della cultura e delle religioni. Dobbiamo essere parte attiva nel sostegno delle società ferite, siamo corresponsabili della sorte di ognuno dei nostri fratelli.  Ora che la pandemia chiede un prezzo alto in termini di lutti, di restrizioni e di ricadute economiche e sociali, risulta ancora più facile solleticare con parole studiate il risentimento della protesta anti-sistema e del vittimismo di tanti.

 

Qui entrano in campo gli artisti, dopotutto la parola latina per arte è “ars” – la radice “ar” può essere tradotta con i termini “congiunzione”, unione; gli artisti sono i maestri dell’armonia, l’armonia è la scienza dell’equilibrio tra gli opposti, la bellezza si sa, non è assenza, bensì, equilibrio di contrasti. L’arte può aiutarci a scoprire l’umanità che ci accomuna superando le categorie e le etichette attraverso le quali giudichiamo e ghettizziamo con troppa facilità.

Papa Francesco ci ha proposto a modello la figura di Orfeo; Orfeo, per fuggire al canto ammaliatore delle sirene, intonò una melodia più bella; contro le urla dirette allo stomaco ci servono melodie che parlano al cuore…Orfeo suonò la sua lira, con tanta arte e veemenza che persino le sirene si fermarono ad ascoltarlo. In fin dei conti non si può educare senza indurre il cuore alla bellezza.

Siamo stati fatti per la pienezza che si raggiunge solo nell’amore, la logica dell’amore è l’unica capace di salvare il mondo. Come artisti siamo chiamati a dare acqua all’umanità, a far battere il cuore del mondo! Tutto ciò che è umano ci riguarda! La fraternità è il compimento dell’umanità stessa, la vera rivoluzione è quella che prende su di sé il dolore dell’altro, del diverso…nessuno si salva da solo! Del resto, la felicità, come la bellezza, dipende dalle relazioni, dai nostri legami con il creato e con il prossimo, con noi stessi e con il Creatore.

 

Come tradurre artisticamente e poeticamente queste riflessioni sociali e spirituali? Questa è stata la sfida con la quale ho voluto lanciare il PROGETTO FRATERNITÀ, per fare della mostra un’occasione preziosa di dialogo ed incontro, mai come oggi è il tempo dell’ascolto e del confronto.

“Convocate il pensiero” diceva Paolo VI, “Convocate le menti” sollecitava Dossetti, “Convocate gli artisti” aggiungo io, solo con loro potremo riaprire un dibattito alto, di idee e visioni!

Saranno stati capaci i 30 talentuosi artisti del Salotto di Diotima di intercettare la domanda di senso che abita il cuore degli uomini? Questo lo lasceremo giudicare a voi! Non mancate perciò all’inaugurazione della mostra FRATERNITÀ, venerdì 12 novembre alle ore 18:00 presso la galleria d’arte Medina, via Angelo Poliziano 32-34.

 

Il curatore della mostra, 

Francesco Astiaso Garcia