La sfida più complessa per un artista contemporaneo è quella di non restare intrappolato in un’unica tipologia di opera, né in uno stile immediatamente riconoscibile e dunque facilmente ripetibile. Per questo, da anni, la mia ricerca artistica si muove liberamente tra campi e tematiche anche molto distanti tra loro. Il mio intento è sottrarmi alla classificazione e alla tentazione della ripetitività, mantenendo sempre viva la fiamma della creatività. L’artigianato consolida la cultura, l’arte invece la rimette costantemente in discussione. Da qui nasce la mia scelta consapevole di una sorta di “incoerenza formale”, che trova però il suo fondamento in una profonda e rigorosa coerenza intellettuale.
Per custodire questo spirito di libertà espressiva, strutturo il mio lavoro in cicli. Ogni ciclo è un viaggio autonomo, un universo concettuale e visivo a sé stante, che mi consente di esplorare linguaggi, tecniche e poetiche differenti, senza mai perdere il filo invisibile che lega tutte le mie opere: il desiderio di dare forma alla bellezza, nelle sue infinite possibilità. Non voglio lasciarmi ingabbiare da etichette, ruoli o stereotipi che il mondo e il mercato tentano di cucirmi addosso. Desidero che la mia vita e la mia arte parlino senza bisogno di proclami, raccontando un’umanità altra, libera, rigenerata, ben aderente al quotidiano.
A tal proposito, sono rimasto particolarmente colpito da un’interessante teoria di Luigi Pareyson, che ritengo essenziale per chiunque intraprenda un autentico percorso artistico caratterizzato dalla creazione perpetua.
La teoria della formatività di Luigi
Pareyson è una delle sue idee centrali in estetica e filosofia
dell’arte, esposta soprattutto in Estetica. Teoria della formatività
(1954).
Pareyson ci parla di un processo creativo in cui il fare inventa il proprio modo di fare mentre si fa. L’opera nasce nel processo, non prima. L’artista non possiede in anticipo la forma definitiva dell’opera. Ha un’intenzione, una tensione, un orientamento, ma la forma si chiarisce progressivamente attraverso tentativi, errori, correzioni, ascolto della materia.
Un
punto decisivo è che, durante il processo, l’opera stessa “resiste” e “risponde”.
La materia non è neutra, ma dialoga con l’artista e ne orienta le scelte. La
forma finale è il risultato di questa relazione viva tra soggetto e opera in
divenire. Da qui una conseguenza importante:
l’opera d’arte è unica e irripetibile, perché è l’esito di un processo
formativo singolare, non l’esecuzione di una formula. Anche quando si ripete un
tema o uno stile, ogni opera è un nuovo inizio.
Ritengo utile riportare le parole originali
di Pareyson che sono davvero illuminanti:
“Bisogna
piuttosto ricordare che il "fare" è veramente un "formare"
solo quando non si limita ad eseguire qualcosa di già ideato o a realizzare un
progetto già stabilito o ad applicare una tecnica già predisposta o a seguire
regole già fissate, ma nel corso stesso dell'operazione inventa il modus
operandi, e definisce la regola dell'opera mentre la fa, e concepisce
eseguendo, e progetta nell'atto stesso che realizza. Formare, dunque, significa
"fare", ma, un tal fare che, mentre fa, inventa il modo di fare.
Si tratta di fare, senza che il modo di fare sia predeterminato e imposto, sì
che basti applicarlo per far bene: lo si deve trovare facendo, e solo facendo
si può giungere a scoprirlo. sì che si tratta, propriamente, d'inventarlo,
senza di che l'opera fallisce, e si disperde in tentativi slegati e abortivi.
Un'operazione
è formativa nella misura in cui dell'opera che ne risulta si può dire ch'è
fatta bene non in quanto "ha seguito le regole", ma in quanto è una
"riuscita", cioè quando ha scoperto la propria regola invece di
applicarne una prefissata…”.
Una cosa è certa, l’intuizione è una forma di conoscenza che supera la ragione. Giacomo Leopardi, nella celebre poesia L’infinito, parla di una siepe che gli preclude la visione dell’orizzonte. Proprio perché non vede, il poeta immagina “interminati spazi” oltre la siepe. L’infinito non gli si offre allo sguardo, ma all’immaginazione. Quando qualcuno cerca ostinatamente qualcosa, accade spesso che il suo sguardo perda la capacità di vedere tutto ciò che non rientra nell’oggetto della ricerca. Non riesce più a trovare nulla in sé, perché è interamente posseduto dal suo scopo. Lo scopo, anziché guidare, acceca.
Forse il più grande segreto di Picasso è racchiuso in quattro parole semplicissime, annotate nei suoi appunti sull’arte: “io non cerco, trovo”. Il contesto in cui queste parole compaiono è illuminante. Picasso scrive che bisogna saper fermarsi in tempo, perché un quadro non è mai pensato o deciso anticipatamente. Mentre viene composto, segue il mutamento del pensiero. I colori sono come i lineamenti di un volto, seguono i mutamenti dell’emozione. Spesso il quadro esprime molto più di ciò che l’autore intendeva inizialmente rappresentare. L’artista contempla stupito i risultati inattesi. Si comincia con un’idea e poi diventa un’altra cosa. “Il committente”, osserva Picasso, “obbliga l’artista o l’artigiano a fissarsi uno scopo preciso. Egli è costretto a prevedere come sarà il quadro alla fine, e questo esclude la libertà della creazione perpetua”.
Queste parole racchiudono un segreto di portata immensa. Un segreto da meditare, approfondire e fare proprio, indipendentemente dall’ambito in cui operiamo. Non si tratta soltanto di un consiglio rivolto ai pittori o agli aspiranti tali, ma di una visione del mondo capace di ribaltare il nostro punto di vista e di aprire prospettive inimmaginabili, capaci perfino di infiammare il mondo e cambiarne il corso. Molte persone hanno bisogno di un cammino battuto, di un sentiero già tracciato che indichi passo dopo passo la strada da seguire. Credono che solo attenendosi a manuali preconfezionati sia possibile ottenere risultati, come se esistesse una mappa sicura che conduca alla verità e alla bellezza. Per questo mi piace distinguere il pittore dall’artista, così come chi impara a fare un ciambellone dallo chef che è in perenne ricerca.
I buoni maestri d’arte non sono mai troppo categorici; invitano piuttosto a diffidare di ricette preconfezionate e formule “corrette”. Le proporzioni perfette, gli equilibri delicati non derivano da calcoli o deduzioni: esistono aspetti che non si possono misurare. L’artista dipende dall’ispirazione e non può razionalizzare tutto. Troppa coscienza o riflessione eccessiva rischia di compromettere l’opera, così come lo spettatore non deve analizzare troppo per riceverla.
Leonardo da Vinci, grande maestro poliedrico, inventò un sistema di cucchiaini per dosare i colori, un’armonia meccanica. Un suo allievo, disperato per gli insuccessi, chiese a un collega come facesse il maestro. La risposta fu: «Il maestro non lo usa mai» (V. Kandinskij, F. Marc, «Il cavaliere azzurro»).
Lo stupore e la curiosità sono il motore di ogni conoscenza e non possono essere prerogativa esclusiva di artisti o scienziati. Occorre restare in attesa dei segnali, in un’attitudine di ascolto vigile. Mettersi nella condizione di ricevere la mela che cade dall’albero. James Joyce amava ripetere che l’errore è l’anticamera della scoperta. La storia è colma di esempi di uomini capaci di lasciarsi sorprendere. Cristoforo Colombo scopre l’America mentre cercava le Indie. Alexander Fleming scopre la penicillina a causa di una disinfezione errata. Il Viagra nasce per caso, mentre si cercava un farmaco contro l’angina pectoris. La Coca Cola viene inventata come rimedio per il mal di testa e la stanchezza. Anche Jackson Pollock, dopo molte ricerche e tentativi che egli stesso giudicava deludenti, resta folgorato osservando il parquet del suo studio, su cui la pittura era caduta mescolandosi casualmente. Intuisce allora una nuova possibilità. Pone la tela sul pavimento e inventa il dripping, rivoluzionando per sempre la pittura americana con l’espressionismo astratto.
Se non ci si aspetta l’inaspettato, non lo si troverà mai. Bisogna restare sempre aperti all’imprevedibile. Non sappiamo quando ci troveremo davanti a un arcobaleno notturno, a un corvo bianco o a un asso di cuori nero. Lo stesso concetto è espresso molto bene in versi dal poeta Machado: "Caminante no hay camino, se hace camino al andar". Tutto questo interpella ciascuno di noi invitandoci a vivere davvero la propria vita come un’opera d’arte, compiendo il passaggio da un’esistenza artigianale, governata da cause ed effetti, a una vita sperimentata come arte, vissuta come opera ispirata, aperta alla gratuità della grazia. L’inaspettato irromperà allora nella nostra storia aprendo orizzonti nuovi, imprevedibili. Siamo davvero pronti ad accoglierlo, a lasciarci sorprendere, scompaginare, persino mettere in crisi i nostri programmi?
Francesco Astiaso Garcia







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