Questa mattina ho trovato su internet una riproduzione della famosa icona del Cammino Neocatecumenale dipinta dal pittore spagnolo Kiko Arguello.
Troppi pittori coltivano l'illusione che per generare un'opera d'arte basti padroneggiare matite e pennelli, perseguendo linee corrette, sfumature morbide e forme nitide. Ma l’arte abita altrove. Il confronto tra queste due icone è, in tal senso, emblematico della confusione che spesso circonda il concetto di tecnica: essa non è la semplice somma di nozioni teoriche su colore e disegno; se intesa solo in questo modo, rischia di diventare un ostacolo all'espressione artistica anziché un mezzo.
C’è poi chi si illude
che per realizzare un capolavoro sia necessario investire fortune in colori
rari e pennelli pregiati. Ma la verità è che gli strumenti non fanno l'artista.
Potremmo anche spendere un milione di euro per un pennello le cui setole fossero
realizzate con un ciuffo biondo di capelli di Donald Trump: il risultato non
cambierebbe di una virgola.
Anche il concetto di
"buona mano" appare limitante. Basti pensare a Renoir: realizzò
alcuni dei suoi più grandi capolavori nell'ultima fase della vita, quando
l’artrite reumatoide gli aveva deformato mani e braccia a tal punto da
costringerlo a legarsi i pennelli alle dita. Non era la mano a dipingere, ma la
sua anima.
L’arte appare quando,
sorprendentemente, il caos si organizza e trova una relazione armoniosa. È un
miracolo che non ammette ricette né trucchi: per compierlo, occorre,
semplicemente, essere artisti.
Francesco Astiaso Garcia




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