Seeking Beauty

 


Che grande gioia aver avuto l’occasione di offrire un mio piccolo contributo alla serie Seeking Beauty, trasmessa dal 19 gennaio 2026 in streaming su EWTN+, uno dei più importanti network televisivi americani, che unisce arte, spiritualità e cultura ed è seguito da oltre 400 milioni di persone in più di 160 Paesi.

Seeking Beauty è un’avventura documentaristica che esplora cultura, architettura, cucina, arte e musica, con l’obiettivo di mostrare come la bellezza possa condurre alla comprensione del divino.

Il mio contributo è stato quello di ospitare nel mio studio d’arte la troupe americana e David Henrie, celebre attore e regista statunitense, volto iconico di alcune tra le serie Disney più amate negli Stati Uniti.

La prima stagione è ambientata in Italia e attraversa città e luoghi di straordinaria ricchezza artistica, spirituale e storica, tra cui Città del Vaticano, Roma, Milano, Firenze, Venezia e Subiaco.

Ogni episodio è concepito come un viaggio di scoperta che va oltre i luoghi, per incontrare le storie, le persone e le arti che incarnano la bellezza culturale e spirituale. David Henrie dialoga con esperti, artisti e guide locali, offrendo una prospettiva personale e accessibile, senza mai porsi come un’autorità specialistica.

La serie non è un semplice programma di viaggi, ma un invito a cercare e contemplare ciò che è bello come via privilegiata per incontrare Dio.

A questo link è possibile vedere il mio breve intervento a partire dal minuto 35











Dove si Nasconde la Grazia?

 



Questa mattina ho trovato su internet una riproduzione della famosa icona del Cammino Neocatecumenale dipinta dal pittore spagnolo Kiko Arguello.

Il confronto tra questi due dipinti ci offre l'occasione di interrogarci sul senso della bellezza e della grazia. Cosa distingue veramente l'icona originale dalla copia in questione?

L’autore della riproduzione, pur esibendo una discreta padronanza tecnica, sembra aver voluto "correggere" presunte imperfezioni. Ne risulta un’immagine della Vergine con il Bambino eccessivamente leccata, "pulita" e quasi stucchevole, che tuttavia smarrisce completamente la grazia dell’originale.

A questo punto è d'obbligo la domanda: dove si nasconde la grazia? Come si manifesta l’arte?

 Troppi pittori coltivano l'illusione che per generare un'opera d'arte basti padroneggiare matite e pennelli, perseguendo linee corrette, sfumature morbide e forme nitide. Ma l’arte abita altrove. Il confronto tra queste due icone è, in tal senso, emblematico della confusione che spesso circonda il concetto di tecnica: essa non è la semplice somma di nozioni teoriche su colore e disegno; se intesa solo in questo modo, rischia di diventare un ostacolo all'espressione artistica anziché un mezzo.

C’è poi chi si illude che per realizzare un capolavoro sia necessario investire fortune in colori rari e pennelli pregiati. Ma la verità è che gli strumenti non fanno l'artista. Potremmo anche spendere un milione di euro per un pennello le cui setole fossero realizzate con un ciuffo biondo di capelli di Donald Trump: il risultato non cambierebbe di una virgola.

Anche il concetto di "buona mano" appare limitante. Basti pensare a Renoir: realizzò alcuni dei suoi più grandi capolavori nell'ultima fase della vita, quando l’artrite reumatoide gli aveva deformato mani e braccia a tal punto da costringerlo a legarsi i pennelli alle dita. Non era la mano a dipingere, ma la sua anima.

L’arte appare quando, sorprendentemente, il caos si organizza e trova una relazione armoniosa. È un miracolo che non ammette ricette né trucchi: per compierlo, occorre, semplicemente, essere artisti.

Francesco Astiaso Garcia






CREDERE PER VEDERE

 

Chiara Maria e la Grande Bellezza


«Finisce sempre così. Con la morte. Prima, però, c’è stata la vita, nascosta sotto il bla bla bla bla bla. È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore. Il silenzio e il sentimento. L’emozione e la paura. Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile. Tutto sepolto dalla coperta dell’imbarazzo dello stare al mondo. Bla. Bla. Bla. Bla. Altrove, c’è l’altrove. Io non mi occupo dell’altrove. Dunque, che questo romanzo abbia inizio. In fondo, è solo un trucco. Sì, è solo un trucco».

Con questo monologo si chiude "La Grande Bellezza" di Paolo Sorrentino. Il protagonista, Jep Gambardella, è un esteta per vocazione che ha consumato i suoi giorni immerso, e infine sommerso, da una "grande bruttezza". In lui, l’imbarazzo di stare al mondo è costantemente dissimulato dalla vanità, dalla meschinità e dalla finzione sociale. Le sue parole esprimono l’angoscia di una bellezza mancata, un cinismo che non è ancora disperazione, ma che tradisce il rimpianto di non aver mai afferrato l'esperienza autentica della vita, proprio ora che l'ineluttabile destino della morte si fa prossimo.

Questo dialogo mi ha toccato profondamente perché, proprio nei giorni in cui rivedevo il film, leggevo il libro "Credere per Vedere" di Massimiliano Giglio. Il testo narra la luminosa testimonianza di Chiara Maria, una ragazza che conoscevo di vista, scomparsa qualche anno fa, a soli 25 anni a causa di un tumore.

Posta davanti al medesimo orizzonte della fine, Chiara Maria ha abitato il dolore con parole opposte a quelle di Jep. Se per Gambardella la vita è un "trucco" e l'altrove è un territorio ignoto di cui non occuparsi, per Chiara Maria la fine è diventata l'inizio di una visione più limpida. Il suo vissuto testimonia una Bellezza che non è uno "sprazzo incostante", ma una presenza solida che dà senso allo squallore. Nelle sue ultime riflessioni, Chiara Maria scriveva:

«Perché ci affanniamo a cercare di fare più soldi, di avere per forza un bell'aspetto, di avere la salute, di essere intelligenti e non capiamo che Dio ci ama per quello che siamo? La malattia mi ha aperto gli occhi sulle priorità della vita, su ciò che è importante per davvero, su cosa significa davvero che la tua vita è nelle mani di Dio; ho capito che se non si chiede la Fede ogni giorno, ci si allontana facilmente».

Il confronto è bruciante. Da una parte abbiamo Jep, che si arrende al rumore di fondo della mondanità, ammettendo di aver cercato la Grande Bellezza senza mai trovarla. Dall'altra abbiamo Chiara Maria che, nel momento della massima fragilità fisica, spoglia l'esistenza dal "chiacchiericcio" e trova l'essenziale. Mentre Jep definisce la vita un artificio narrativo, Chiara Maria la riscopre come un dono che splende proprio quando vengono meno la salute e l'immagine. La differenza tra i due non sta nella sorte, comune a entrambi, ma nello sguardo: uno si ferma all'imbarazzo di esistere, l'altra ha il coraggio di credere per vedere.

Francesco Astiaso Garcia